La scomparsa del giornalista Eugenio Scalfari, fondatore e mitico direttore del quotidiano La Repubblica continua a suscitare enorme cordoglio e dispiacere. Eugenio Scalfari aveva 98 anni ed era nato a Civitavecchia. Tra i maggiori editorialisti italiani, Scalfari aveva creato la testata romana nel 1976. Nel 1955 con Arrigo Benedetti, invece, aveva dato vita alla rivista L’Espresso. La figura di Eugenio Scalfari e la sua concezione relativistica riguardo la stesura di una notizia vengono approfonditi nel libro ‘Eravamo in via Solferino’, edito da Mugavero-Minerva, scritto dai giornalisti Giuseppe Gallizzi, già caporedattore centrale del Corriere della Sera, e Vincenzo Sardelli, pubblicista e critico letterario. Pubblichiamo integralmente l’estratto.
“Con Scalfari la cronaca diventa un elemento fisso del menù; sono introdotti i risultati del lotto e le previsioni del tempo. Gli spettacoli guadagnano spazio. Si ingrandiscono le fotografie. Ha inizio la politica dei supplementi. La pagina destinata ai commenti si arricchisce di collaboratori. Il paginone culturale, al centro del giornale, diventa una passerella di firme. Scalfari è un relativista. Afferma che non c’è una verità assoluta, e quindi la verità che di volta in volta finisce su un giornale è quella di “quel” giornalista che scrive “quel” determinato articolo. In base a questa logica, anche distinguere tra i fatti (oggettivi) e le opinioni (soggettive) è un paravento che non regge e non risolve nulla. Se le opinioni sono quelle del giornalista, i fatti dovrebbero essere il riflesso della realtà oggettiva, quindi una verità assoluta e univoca. In realtà – a suo dire – non è così, perché il racconto dei fatti appartiene al giornalista che scrive. E il giornalista che scrive racconta i fatti stando nelle proprie scarpe, così come tutti gli altri stanno nelle loro scarpe. Quindi il punto di vista, lo sguardo, cambia.


«I nostri racconti – dice Scalfari – cambiano anche quando descriviamo un naso. Quello che a me, visto di fronte, sembra un perfetto naso greco, a chi siede accanto, di profilo, si rivela come un naso aquilino». Ottone replicherebbe che si può ovviare a questo problema osservando un fatto da tutte le angolazioni. Raccontandolo, cioè, solo dopo aver consultato tutte le fonti. Ma anche le fonti differiscono e partono da differenti punti di vista. Anche le fonti, a parere di Scalfari, vengono classificate secondo una gerarchia, per cui attribuiamo ad alcune di esse una preminenza. E anche nel caso in cui proviamo acriticamente ad allineare queste fonti, restiamo nell’ambito del soggettivismo, perché soggettiva è la scelta di quale fonte mettere in apertura e quale fonte mettere in chiusura. Non solo: si resta nel soggettivo per quanto riguarda l’impaginazione, il tipo di corpo usato in tipografia, il titolo deciso dal direttore o dal caporedattore. È soggettiva la scelta della pagina come la scelta della posizione dell’articolo all’interno della pagina. In particolare il titolo dichiara in anticipo il modo in cui quel giornale o quel giornalista vedono il mondo esterno. Scalfari propone un ideale d’obiettività meno impegnativo: «Se l’oggettività come valore assoluto non esiste – dice – allora l’unico modo per avvicinarsi a questo valore è dichiarare prima qual è il punto di vista da cui si guarda». “Il Manifesto”, nel presentarsi, anche un po’ anacronisticamente come “giornale comunista”, svolge sin dall’inizio un’operazione culturalmente onesta: rende esplicite, fin dalla testata, le proprie ascendenze marxiste. Allo stesso modo, riviste come “Civiltà Cattolica” o “Studi Cattolici” non solo palesano immediatamente la loro identità religiosa, ma chiariscono anche il taglio culturale e il carattere scientifico, quindi non propriamente divulgativo, dei loro articoli. L’obiettività consisterebbe dunque nel presentarsi per quello che si è: io sono questa persona, questo giornale, ho questa faziosità, questo modo di partecipare. Vi fornisco la chiave per decifrare quello che dico. Così salvaguardo i miei lettori. Vi dico subito qual è il mio punto di vista. Voi mi fate la tara, e arrivate ad esprimere il vostro giudizio”.


