È bello, semplice e struggente quel “Ciao direttore” con cui “La Repubblica” annuncia sul sito la scomparsa del suo fondatore, dell’uomo che ha cambiato il giornalismo italiano e la sua storia, che lascia una eredità incancellabile in dono a tantissimi giornalisti italiani e non solo. Cosa Eugenio Scalfari abbia rappresentato nella stampa italiana del dopoguerra, quanto il suo modo di fare giornalismo e quanto i suoi giornali abbiano inciso nella vita politica del paese, nei costumi, nel sociale, nella cultura e nell’economia, quanto sia stato importante, e direi determinante, il suo contributo innovativo alla stessa modernizzazione del Paese, è abbastanza noto per doverci spendere parole in questa triste occasione in cui prevalgono la commozione e i ricordi. Il mio Direttore se ne è andato. Già la notizia della sua scomparsa è un duro colpo. E sono tanti i ricordi che affollano la mente: le sue attenzioni, le sue lodi per un bel pezzo (spesso accompagnato da un congruo assegno in lire per l’apprezzamento…), i suoi rilievi decisi ma fatti con garbo e la sua disponibilità ad accettare spiegazioni. Quando alcuni politici calabresi andarono a lamentarsi con lui delle cose che scrivevo, fui convocato a Roma e attesi due ore prima di parlargli. Appena entrai nella sua stanza mi sorprese: “Come va in Calabria?”. “Come va in Calabria forse dovresti dirmelo tu, direttore», risposi, perché entrambi conoscevano il motivo dell’incontro. «Mi pare che vada tutto bene, continua come sempre»; fine sostanziale dell’incontro. Scelgo di scrivere in prima persona – e mi scuso se parlerò forse più di me che di lui – perché voglio ricordarlo per quel poco che l’ho conosciuto, essendo stato io un anomalo inviato speciale vissuto sempre lontano dalla redazione. Per vent’anni, incontrandolo nelle mie non frequenti visite romane, mi sono sentito sempre in soggezione nei suoi confronti. Anche se lui, orgoglioso delle sue origini calabresi e della cittadinanza onoraria concessagli nel 1990 dal Comune di Vibo Valentia, città di nascita del padre, dove riposano i suoi morti, dove un altro Eugenio Scalfari alla fine dell’Ottocento era stato costruttore di giornali e grande giornalista, si mostrava sempre protettivo e disponibile nei miei confronti perché – diceva – mi trovavo a lavorare in territori difficili: «Stai attento, guardati le spalle e conta sempre su di me», mi disse più volte. E durante un incontro in cui mi vide turbato per alcune minacce dalla criminalità organizzata nei miei confronti arrivate al centralino del giornale, parlò direttamente col capo della polizia il quale, tramite il prefetto di Cosenza, avrebbe voluto assegnarmi una scorta. Scorta che rifiutati. «Sotto scorta, direttore, non si può fare il giornalista». e lui assentì e convenne con me. Il compromesso fu che lasciassi per un po’ la Calabria e mi mandò a Milano per far decantare la situazione. Grande direttore, grande uomo! Apparentemente burbero, ma attento e sensibile alle esigenze dei suoi giornalisti. La mia vita professionale, quel che sono stato, quello che sono è il frutto delle sue scelte e io gliene sarò eternamente grato: da corrispondente della Calabria mi promosse presto redattore e poi inviato speciale a tutto campo, determinando così il mio viaggio professionale. Oggi è il giorno della tristezza. Si sa che alla tua alla sua età poteva lasciarci da un giorno all’altro ma la sua scomparsa è lo stesso difficile da accettare. La sua mente brillante ci serviva ancora. Ciao direttore. Direttore per sempre. È stato bello lavorare con te.
Pantaleone Sergi



