Un anno fa ci lasciava Livio Caputo, giornalista di razza e grande firma internazionale. Aveva 87 anni. Suo ultimo incarico fu quello di direttore del quotidiano “Il Giornale”.
Gianni De Felice, storica firma del Corriere della Sera, lo ricorda così su Facebook:
“Travolto dalle cattive notizie che ci dà Putin, che ci dà la penosa politica italiana, che ci arrivano dalla ripresa del Covid, che ci infliggono i bollettini idrometrici, mi sono lasciato sfuggire la ricorrenza – un anno – della scomparsa di uno dei miei amici più cari: Livio Caputo. Me lo ha fatto discretamente notare un comune amico bergamasco, Maurizio “Ciccio” Maggioni. Grazie.
Era il 15 giugno 2021 quando Elena, la prima figlia di Livio con la quale ero in quotidiano contatto, mi telefonò per annunciarmi con un filo di voce: “È finita”. Livio era molto avanti con gli anni, fisicamente debilitato dai postumi di un intervento all’anca destra. Non aveva più voglia di vivere. Avevo abbastanza intimità per suggerire a Gigi, il figlio più vicino, di portare via da casa i fucili e le cartucce con le quali il padre, nei giorni belli, impallinava memorabili fagiani.
Sapevamo che quel giorno stava per arrivare. E quando arrivò mi passò una vita davanti agli occhi, un blitz mnemonico come quello che gli argentini chiamano “cumparsita”: le trasferte insieme, le crociere a vela insieme, i sansilvestro un anno a casa loro e un anno a casa nostra, le degenze per le prime fratture al femore, la rinuncia alla rubrica delle Lettere dei lettori al “Giornale”, i momenti di scoramento: “Gianni, non ne ho più voglia…”.
Certo, Livio mi manca. Le sue osservazioni, le sue analisi, i suoi racconti mi arricchivano. Aveva una cultura per me inarrivabile. Aveva esperienze infinite. Non trovo da nessuna parte, sulla stampa italiana, scenari di politica mondiale esposti con la lucidità, la profondità, la equanimità che lui sapeva conferire. Mi mancano anche le spartane bisbocce (sono un quasi astemio), le colazioni a due che ci concedevamo sul tavolo di cucina: il nostro piatto unico era la monumentale paella che una gentile filippina ci serviva…
L’addio, Livio, te l’ho già dato. Rivango questi brandelli di memoria solo per illudermi che non sia già passato un anno. E che tu possa ancora propormi di fare un colpo di telefono a “Ciccio” per chiedergli se vuole aggiungersi anche lui. Le amicizie vere, solide, fedeli non muoiono mai. Durano. Restano vive. Sono ancora la nostra vita”.


