Il 27 agosto 1950, settantatré anni fa, moriva lo scrittore langarolo Cesare Pavese. Si suicidò, ingerendo una quantità massiccia di sonniferi, in una camera d’albergo a Torino. Aveva solo 42 anni. “Non fate troppi pettegolezzi” scrisse sul famoso biglietto d’addio. Si riferiva alle pene d’amore dovute alla delusione ricevuta dall’attrice americana Constance Dowling, che se n’era volata negli Stati Uniti, non ricambiando il suo sentimento. Pochi mesi prima, a giugno, Pavese ricevette il Premio Strega per “La bella estate”. Lo scrittore e poeta può essere considerato, senza dubbio, il primo intellettuale moderno italiano. Le Langhe, luogo del cuore di Pavese, lo accompagnarono per tutta la vita e furono fonte di ispirazione per i suoi immortali scritti. Come quella collina “grande come una pineta”, la suggestiva Gaminella, da lui descritta nel suo ultimo romanzo ‘Luna e i falò’. Dalla sua cima si ammirano i crinali, i ‘ciglioni’, la cascina della Mora, la palazzina del Nido e la collina del Salto.
Oggi Il Corriere della Sera ricorda l’intellettuale con un articolo, a firma di Lorenzo Catania, dal titolo «Il consiglio rifiutato, l’ultima notte di Cesare Pavese». Pubblichiamo il testo integrale:
Il 24 giugno 1950, Cesare Pavese, la cui esistenza è segnata da crisi depressive e amori sfortunati, vince il Premio Strega per la trilogia narrativa intitolata La bella estate. Alla grecista e latinista Rosa Calzecchi Onesti, che gli scrive per congratularsi per il Premio ricevuto, lo scrittore il 26 luglio risponde: «Che lei mi trovi scrittore tormentato, una volta mi sarebbe piaciuto; ora, meno: ora vorrei pace, e basta». La sera di sabato 26 agosto Pavese sente però il bisogno di parlare con qualcuno. Così va a trovare Paolo Spriano (futuro storico del Pci e autore di libri su Gramsci, Gobetti e Togliatti) nella redazione torinese del quotidiano l’Unità, e si intrattiene con lui oltre la mezzanotte. Al giovane redattore Pavese chiede di accompagnarlo alla sede del Popolo Nuovo in galleria San Federico. Vuole salutare l’amica Bona Alterocca, che però ha già lasciato il giornale. Determinato a incontrare la donna, Pavese non accoglie il suggerimento di fermarsi in un’osteria che rimane aperta fin quasi al mattino. Luogo sociale e camera di decompressione per il «male di vivere», dove si può provare a incontrare il sorriso salvifico di uno/a sconosciuto/a che offrendoci da bere e/o avviando una conversazione ci evita di sprofondare nel buio dell’infelicità. Lo scrittore, che come programma di vita e di arte insiste sulla necessità per l’uomo di uscire dalla propria solitudine per superare la mentalità del vecchio letterato e vivere più in sintonia con se stesso e gli altri, quella notte sceglie di chiudersi in una deprimente stanza d’albergo, dove si arrende al «male di vivere» che non gli fa desiderare più nulla su questa terra.


