Importanza nella scelta di ogni singola parola, della punteggiatura e della brevità dei periodi sono tutti temi al centro di un interessante post pubblicato su Facebook dal giornalista Antonio Bozzo, già firma del Corriere della Sera e caporedattore del settimanale ‘Sette’, nonché attuale collaboratore del ‘Giornale’. Eternamente innamorato della sua mitica ‘Olivetti Lettera 22’, il collega – che sostiene: “Scrivere è facile per tutti, tranne che per gli scrittori. E per i giornalisti che hanno a cuore le proprie righe” – propone sui social una vera e propria lezione di giornalismo. Pubblichiamo integralmente il suo post.
Scrivere è facile per tutti, tranne che per gli scrittori. E per i giornalisti che hanno a cuore le proprie righe, sangue sgorgato dai tasti (Hemingway diceva: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”). Le parole – messo a fuoco ciò che si vuol dire, cosa non così banale – vanno soppesate, guardate con sospetto, corteggiate, talvolta ingannate; qualcuna sfugge, un’altra si impone, precipita nella frase e guai a toglierla: morde. La tribù degli aggettivi fa gran chiasso, vuole l’angolo al sole. Le “parole aliene” sono gramigna (dicono i puristi ), ma non è possibile strapparle tutte. Certi lemmi desueti pare ringrazino, se li fai rivivere: a volte si esagera nel recupero, fino ad appesantire le righe con aulici orpelli. Molta forza bisogna opporre ai sinonimi tentatori: strepitano, pretendono di entrare nella vigna del testo come un calciatore che scalpita in panchina, si credono indispensabili. Il più delle volte bisogna lasciarli ben chiusi nella naftalina dei dizionari. Altra categoria di indisciplinati sono i segni di interpunzione. Virgole e punti spadroneggiano, crivellano la pagina, seguiti dai due punti; il punto e virgola un po’ si ingelosisce: negli sms e in WhatsApp è sconosciuto; io gli voglio bene, lo uso anche lì, ma sono in minoranza.
Abbondo, e non ho intenzione di smettere, con le parentesi: non conosco modo più discreto per dire sottovoce le cose più interessanti. Invece il punto esclamativo, che molto utilizzavo nei settimanali popolari (dove tutto è esclamativo o non è), esce raramente dai miei tasti: per abusarne con tocco felice bisognerebbe chiamarsi Céline, mitragliere provetto anche con i tre puntini di sospensione, o essere posseduto dallo spirito di latta del futurista Marinetti. Non sto a dire la lotta con le metafore banali, l’eccesso di citazionismo (alimentato dalle facili perlustrazioni in Google), la ricerca pseudo raffinata di ossimori efficaci (rari come nuovi fossili in terreno già setacciato da paleontologi), lo sfoltimento degli avverbi (francamente se ne abusa), il ricorso non equilibrato a figure retoriche. E non vi tedio con la lunghezza del periodo: nel giornalismo dovrebbe tendere alla brevità. Chi scrive per mestiere – dagli oggi dagli domani – prima o poi scopre di avere uno stile, una voce, un ritmo: se non succede, meglio cambiare mestiere. Ci si rende ben presto conto che non è facile impiastrare spazio bianco, cartaceo o sul Web. Non è una bazzecola neppure fare una fotografia: produco immagini in continuazione, con il cellulare (modo per prendere appunti), ma non ho mai fatto una vera fotografia. Come questa realizzata quattro o cinque anni fa da mio figlio Francesco, fotografo. La macchina da scrivere è la mia prima, la mitica Olivetti Lettera 22, da tempo sostituita da tastiere digitali: non mi sognerei mai, però, di liberarmene.


