C’è un aneddoto che forse non tutti conoscono. Nel 1972 i redattori del Giorno proclamarono uno sciopero – poi annullato – per un necrologio. Affidiamo il racconto della vicenda a Mario Consani, giornalista professionista iscritto all’Odg Lombardia, storica firma del quotidiano milanese. Ha scritto su Facebook il collega:
Nei giorni scorsi per BookCity alla Fondazione Corriere di Milano è stato presentato l’ultimo numero di PreText, semestrale dell’Istituto lombardo di storia contemporanea, ricco di vicende su editoria e giornali. In questo numero c’è anche un articolo della professoressa Ada Gigli Marchetti ispirato alla storia che insieme a Stefano Passarelli, anima e memoria del nostro archivio, abbiamo ricostruito a proposito del necrologio dell’anarchico Pino Pinelli, firmato e pubblicato per più di 40 anni tutti i 16 dicembre dai giornalisti del “Giorno”. Una volta, giusto mezzo secolo fa, nel ’72, di fronte a un diniego dell’allora direttore alla pubblicazione, la redazione proclamò persino una giornata di sciopero. Poi revocato all’ultimo minuto perché alla fine il direttore Gaetano Afeltra diede l’ok alla stampa del ricordo funebre, divenuto ormai un rito civile e in qualche modo politico. Decisamente altri tempi.
La prima volta succede nel 1971. E’ il 16 dicembre quando i giornalisti del Giorno firmano sul loro giornale un necrologio per il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, senza immaginare che quel gesto si ripeterà da allora di anno in anno per decenni ogni 16 dicembre, una sorta di rito civile del tutto unico nella storia del giornalismo italiano, che attraverserà generazioni di redattori indifferente ai ripetuti cambi di direzione del giornale e persino al passaggio di proprietà del Giorno dall’Eni ad un editore privato. Assunto come cronista nel quotidiano di Piazza Cavour alla fine degli anni 80, Mario Consani ha ricostruito, insieme a Stefano Passarelli, la storia di questo singolare ricordo funebre. Pinelli era morto il 16 dicembre 1969, quattro giorni dopo la strage di Piazza Fontana, volando dal quarto piano della Questura. E una buona fetta della Milano progressista l’anno dopo, nel primo anniversario della sua fine mai chiarita dalla giustizia, aveva scelto le pagine del Giorno per ricordarlo con una lunga serie di necrologi. Era quella parte di città che non si riconosceva nelle posizioni del Corriere della sera, organo ufficiale della borghesia cittadina diretto allora da Giovanni Spadolini.

Quale fosse in quegli anni l’immagine del Giorno del direttore Italo Pietra, lo ricorda uno dei redattori dell’epoca, Vittorio Emiliani, in Orfani e bastardi – Milano e l’Italia viste dal Giorno, (Donzelli, 2009). «Alla fine degli anni sessanta – scrive Emiliani – è il quotidiano che meglio coglie, senza facili indulgenze, le novità del ’68 italiano ed europeo, e nel ’69 quelle dell’autunno caldo sindacale, avvversato dalla stragrande maggioranza dei fogli di informazione». E’ il quotidiano, quello edito dall’Eni di Enrico Mattei, al quale collaborano scrittori e intellettuali come Roberto Longhi, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Primo Levi, Goffredo Parise, Alberto Arbasino, Tiziano Terzani, Luciano Bianciardi, Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino, Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Fernanda Pivano e tantissimi altri. E dove giornalisti come Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Natalia Aspesi, Gianni Brera, Mario Fossati firmano articoli, inchieste, editoriali. Un giornale che soli pochi anni prima, con l’introduzione del colore, la pagina dei libri, i supplementi donna e ragazzi, gli articoli corti, i fumetti, le fotografie come editoriali, i titoli aggressivi, aveva segnato una svolta nel panorama uniforme della stampa italiana.
E’ su un giornale così che il 12 dicembre 1969 si era abbattuta la bomba di Piazza Fontana. “Orrenda strage” si limitò a prendere atto il Corriere della sera in prima pagina il giorno dopo. Il Giorno non si accontentò invece. «A poche ore dalla bomba – ricorda Emiliani – il Giorno titolò a tutta pagina “Infame provocazione”, mentre il titolo del fondo di Pietra era “Non prevarranno”. Di qualunque parte essi fossero. Ma a noi era chiaro che erano di estrema destra. Fu la base politica per costruire subito una linea da vero giornale d’inchiesta laico, democratico e antifascista – qual era il nostro – che non prestava fede alle versioni “ufficiali”, ma, correndo dei rischi certamente, le contestava, le smontava, le sbugiardava. Protagonisti di questa operazione quotidiana furono Marco Nozza, Corrado Stajano (che aveva soltanto un contratto di collaborazione), Guido Nozzoli, Manlio Mariani e, soprattutto sul piano dei commenti, Giorgio Bocca». Quando Pino Pinelli precipitò da una finestra della questura la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, il Giorno fu tra i primi a dubitare della versione ufficiale del suicidio, secondo i vertici della polizia dovuto al coinvolgimento del ferroviere nell’inchiesta sulla bomba assassina. «La prima cosa che avevo fatto era andare a controllare l’alibi di Pinelli in un bar dalle parti di San Siro e, là, avevo trovato non una ma ben sei persone disposte a testimoniare che Pinelli stava giocando a carte il pomeriggio del 12 dicembre. La versione della questura era che Pinelli si era buttato dalla finestra perché l’alibi era crollato. Non era crollato per niente, invece. E io l’avevo scritto sul Giorno che era andato in edicola il 17 dicembre» ricorderà Marco Nozza nel suo libro Il pistarolo (il Saggiatore, 2006).
Ecco perchè il 16 dicembre ’70, primo anniversario della strage e della morte in questura del ferroviere anarchico, saranno due intere pagine del quotidiano diretto da Pietra ad essere occupate dai necrologi (gratuiti) in ricordo di Pinelli. Il primo era della moglie Licia e delle figlie bambine Silvia e Claudia, poi quello dei suoi genitori e a seguire gli altri firmati da una sfilza di amici e compagni di Pino e Licia, enti e associazioni, organizzazioni sindacali, centinaia di intellettuali, docenti universitari, singoli esponenti di un’area di sinistra larga, un gruppo nutrito di avvocati socialisti, circoli e sezioni del Psi e del Pci di Milano e provincia, Arci, Aned (Associazione ex deportati politici), Unione donne italiane. Tra i moltissimi nomi, quelli della designer Cini Boeri con i figli Sandro, Stefano e Tito, i magistrati Giuliano Turone e Romano Canosa, poi Nanni Ballestrini e Pier Giorgio Belllocchio, il deputato socialista Michele Achilli. E il lungo elenco di giornalisti del Comitato per la libertà di stampa e la lotta contro la repressione che aveva appena pubblicato il libro a più mani, Le bombe di Milano, prima testimonianza di una contro verità sul 12 dicembre che anticipò quella destinata a diventare più famosa, La strage di Stato. Tra i firmatari del necrologio del Comitato c’erano anche molti giornalisti del Giorno – tra loro Giorgio Bocca, Paolo Murialdi, Vittorio Emiliani, Marco Nozza, Gianni Brera, Morando Morandini, Natalia Aspesi – affiancati da quelli di altre testate come Camilla Cederna, Piero Scaramucci, Uliano Lucas, Eugenio Scalfari, Corrado Stajano, Carlo Rognoni e tantissimi altri.
MA è l’anno dopo, il 16 dicembre del 1971, che tra i necrologi ne compare uno firmato dai soli giornalisti del Giorno, più di cento nomi, primo della lunga serie che sarebbe durata fino al 2013 per riprendere un’ultima volta (per ora) nel 2019, a distanza di mezzo secolo da quei fatti. Nel corso del ‘71, fra l’altro, la vedova Licia insieme ai suoi legali ha presentato denuncia contro la polizia per la fine del marito, i dubbi e i sospetti sulla morte di Pinelli ormai prevalgono, mentre la tesi ufficiale del suicidio è già stata spazzata via. Nel testo del necrologio pubblicato per i due anni dalla morte, si legge che i redattori del Giorno, dopo quella di Piazza Fontana, onorano la memoria del ferroviere anarchico, altra vittima innocente. L’elenco delle firme di adesione, in coda a quello dei redattori, è interminabile. Ma è l’anno dopo, 1972, che il necrologio si arricchisce del disegno stilizzato del volto di Pinelli. In calce, versi tratti dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master e incisi anche sulla tomba di Pino (“Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati /ritta sui gradini di un tempio marmoreo /Una gran folla le passava davanti/ alzando al suo volto il volto implorante …”). Sotto, in caratteri molto visibili, la dedica a Giuseppe Pinelli che il 16 dicembre 1969 “a quattro giorni dalle bombe fasciste di Piazza Fontana moriva nella Questura di Milano”.
Le adesioni sono, anche stavolta, tantissime. Tra i nomi più celebri quelli di Alberto Moravia, Ermanno Rea, Carlo Gregoretti, Lino Jannuzzi, Paolo Mieli, Giuseppe Turani, Leo Valiani, Bruno Zevi. Mancano però proprio le firme dei giornalisti del Giorno. Non è un caso. Quell’anno è successo di tutto nelle vicende giudiziarie su Piazza Fontana e dintorni. Ormai è sembrato evidente che Pietro Valpreda e gli anarchici con quelle bombe non c'entrano, il ruolo dei neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura sta emergendo con maggiore chiarezza e sulla morte di Pinelli i sospetti sulla polizia sono sempre più diffusi, soprattutto a sinistra. Tanto che, dopo essere stato oggetto di una violenta campagna giornalistica che lo ha additato come responsabile della morte del ferroviere, il commissario Luigi Calabresi è stato ucciso sotto casa a colpi di pistola, il 17 maggio di quel 1972, da un commando che resterà senza nome e volto per anni, prima delle rivelazioni del “pentito” Leonardo Marino, lunghi processi e le condanne definitive del leader di Lotta Continua Adriano Sofri e dei suoi complici. Cosa c’entra tutto questo con il necrologio per Pinelli? In quel dicembre, anche sull’onda delle polemiche che precedono e seguono l’omicidio Calabresi, il nuovo direttore del Giorno Gaetano Afeltra, che la Dc ha voluto al posto del socialista Pietra, non dà il via libera alla pubblicazione del necrologio. Così i giornalisti del Giorno fanno in modo che l’uscita di tutti gli altri necrologi sul quotidiano di sabato 16 dicembre sia garantita, ma subito dopo dichiarano una giornata di sciopero.
A quel punto Afeltra farà una mezza marcia indietro e domenica 17, infine, il giornale dell’Eni sarà regolarmente in edicola dopo che la redazione ha seriamente rischiato di passare alla storia del giornalismo italiano per uno sciopero indetto per un necrologio. I lettori vengono informati di quello che è successo da un “comunicato della redazione e della direzione” pubblicato la domenica a pagina 2 del giornale. Il testo concordato spiega la mancata uscita del necrologio di Pinelli, il giorno prima, poiché “il direttore non ha ritenuto di pubblicarlo in quanto il testo del necrologio, già comparso lo scorso anno, si poteva prestare a interpretazioni contrastanti coi suoi principi”.
Così il venerdì sera l’assemblea dei redattori, preso atto del rifiuto del direttore di pubblicare il testo integrale del necrologio di Pinelli – definito “un’altra vittima innocente” aveva proclamato lo sciopero per il giorno dopo. Il direttore Afeltra dal canto suo, si legge nel resoconto, aveva fatto la seguente dichiarazione: “Nella mia qualità di direttore responsabile del giornale, ho approvato la pubblicazione di tutti i necrologi per il povero Pinelli espressi in termini di civile cordoglio e di ammirato riconoscimento della sua fede politica, delle sue virtù umane e, soprattutto, della sua innocenza. Esemplari, a questo proposito, gli annunci di partiti e di uomini eminenti della sinistra come gli on. Lombardi, Achilli e Banfi, nonché degli avvocati della vedova Pinelli. Non ho potuto tuttavia, pur con sincero rammarico, consentire la pubblicazione del necrologio dei redattori de Il Giorno, perché in contrasto con le mie responsabilità di direttore. Ogni mio tentativo di ottenere un testo che non contrastasse con i miei principi di etica professionale ha incontrato la più assoluta intransigenza”. Ma davvero il problema era il testo del necrologio (già pubblicato con la direzione Pietra) che in fondo si limitava a definire il ferroviere “un’altra vittima innocente”? Il braccio di ferro tra Afeltra e la redazione, in realtà, ha ragioni legate alla nuova linea politica molto più moderata imboccata dal neo direttore proveniente direttamente da via Solferino. Il teste del necrologio, in fondo, è solo un pretesto. Difatti nella giornata di sabato, come spiegava il solito comunicato, “il direttore e il comitato di redazione hanno chiarito positivamente il contrasto, concordi nel rendere omaggio alla memoria di Giuseppe Pinelli morto innocente la notte del 16 dicembre 1969 nella Questura di Milano”. Sulla base di questo chiarimento, l’assemblea dei redattori aveva così revocato lo sciopero, che sarebbe stato davvero clamoroso.
Lo storico britannico John Foot, specializzato nelle vicende italiane, nel suo Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova. La memoria divisa del Paese, Rizzoli, 2009, così rileggerà quarant’anni dopo la storia del Giorno e dei necrologi per Pinelli. Questi necrologi costituivano una forma particolare di commemorazione. Come testimonianza pubblica di lutto e di ricordo, essi occupavano una sorta di area grigia fra il rito religioso e la cerimonia politica. La tradizione divenne famosa, e mobilitò migliaia di persone a mandare messaggi al giornale nei primi anni Settanta. D’altro canto, fece infuriare il settore milanese opposto, in altre parole quelli che sostenevano che Pinelli non fosse stato assassinato. Dopo la morte di Calabresi, i necrologi furono utilizzati contro quelli che li avevano fatti pubblicare. La rivista di estrema destra «Candido» rieditò la serie di annunci del 1971 del «Giorno» sotto una testata a bandiera con le parole I mandanti morali. Un articolo al vetriolo intitolato Una banda di sciacalli sul cadavere di Pinelli attribuiva ai firmatari dei necrologi la responsabilità del «linciaggio morale» di Calabresi. «La maggior parte degli italiani si riconosce oggi in Calabresi come ieri si riconobbe in Annarumma e non in Feltrinelli né in Valpreda. Gli italiani sanno ancora distinguere, grazie a Dio, i martiri veri da quelli falsi». I necrologi per Calabresi occuparono intere pagine del «Corriere della Sera» il 20 maggio – concluderà Foot – ma non diventarono mai un rito politico analogo a quello suscitato dagli annunci per Pinelli sul «Giorno». Un rito civile e in qualche modo politico, quello inaugurato dai redattori del Giorno con il proprio necrologio nel 1971, che è proseguito – con varie formulazioni della dedica – ogni 16 dicembre per ben 42 anni di seguito fino al 2013, attraversando indenne almeno due generazioni di giornalisti, svariati direttori e persino un cambio di proprietà. Interrotto anche per la vera e propria mutazione genetica di una redazione oggi tra le più giovani in circolazione, nel 2019 per iniziativa del comitato di redazione il “rito” del 16 dicembre è ripreso sul Giorno per un’ultima volta in occasione del 50° anniversario della strage di Piazza Fontana e della morte del ferroviere anarchico, con la riproposizione tra i necrologi del volto stilizzato di Pinelli seguito dalle firme dei molti redattori del giornale che hanno aderito all’iniziativa. Firme precedute, come sempre, da quelle di Licia e delle figlie Silvia e Claudia, ma stavolta anche da quelle dei nipoti di Pino.


