“Io non leggo i giornali, perché non ne ho il tempo. In passato vedevo gli altri cardinali arcivescovi che, qui a Milano, la mattina presto, si facevano portare alcuni giornali – 4 o 5 – e, ancor oggi, mi chiedo: ma come riuscivano a leggerli tutti?” Con la sua ormai proverbiale e disarmante semplicità l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini ha voluto ammettere che non è in grado di esprimere un’opinione sul giornalismo di oggi nelle sue più varie forme ma ha tenuto a precisare: “Conosco dei giornalisti che sono bravi, che si preparano. Quelli con cui ho contatti mi hanno dato questa impressione”.

E’ tornato all’Istituto dei Ciechi, in via Vivaio, che l’anno prossimo celebrerà i suoi 185 anni di attività, il tradizionale incontro dell’arcivescovo con i giornalisti in concomitanza con la festa del Santo patrono della categoria, San Francesco di Sales, che il calendario ricorda il 24 gennaio ma, per consuetudine, viene fissato nella giornata del sabato più vicino alla ricorrenza.
All’evento, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia in collaborazione con UCSI Lombardia e l’ufficio per le comunicazioni sociali dell’arcidiocesi di Milano, è stato dato il titolo “Custodi della notizia o seminatori di paura? Le responsabilità dei media nella percezione della realtà, alla luce dei principi deontologici”.
Tra i relatori, Riccardo Sorrentino, presidente Odg Lombardia e giornalista de Il Sole 24Ore; Paola Barretta, portavoce dell’Associazione Carta di Roma, Marco Girardo, direttore di Avvenire, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, programma televisivo d’inchiesta in onda su Rai Tre. Il momento di approfondimento è stato moderato da Elisabetta Soglio, responsabile dell’inserto Buone Notizie del Corriere della Sera.
Lo spunto per il titolo dell’incontro è stato tratto dal Discorso dell’arcivescovo in occasione di Sant’Ambrogio quando monsignor Delpini ha parlato della “responsabilità indeclinabile di coloro che operano nel campo della comunicazione” nel contribuire o meno a quella “epidemia della paura” che sembra contagiare le vite di tanti. Di qui l’obiettivo di analizzare come, nel rispetto delle carte deontologiche, i giornalisti possano svolgere in modo rigoroso e coraggioso il loro servizio di “custodi della notizia”, senza però distorcere o condizionare negativamente la percezione della realtà.
Se il presidente Sorrentino ha invocato un ritorno alla “mitezza” dell’informazione, facendo riferimento all’etimologia di mitis, che in greco evoca la gentilezza, la sua riflessione è stata argomentata sottolineando che “il giornalismo mite non è rinunciatario, sa quel che dice con voce ferma ma non aggredisce e racconta la realtà come essa è”.
“Il giornalismo di oggi, che non riesce a distinguersi da quel che giornalismo non è – ha proseguito – alimenta le paure. Se è in difficoltà, deve definire la sua differenza con il sistema della comunicazione in senso lato e rispettare i fatti facendo leva sulla sua deontologia”.

Gli ha fatto eco Elisabetta Soglio, quando ha affermato che “Un tempo giornalisti erano una categoria molto più rispettata. Oggi siamo accusati di essere seminatori di paure: non solo non riusciamo a raccontare la verità ma portiamo superficialità. Dovremmo quindi riflettere sul ruolo che stiamo rivestendo e su quanto siamo responsabili del declino dei valori”.
E puntuale è arrivato l’affondo di Delpini. “Quando mi capita di andare in qualche redazione, per quello che vedo sulle scrivanie e osservando chi ci lavora, ho l’impressione che i giornalisti siano persone che lavorano molto, siano colti, si documentino. E allora perché, mi chiedo, ci sono notizie che ingenerano paura e insicurezza?”
“Forse si parte da una specie di ‘visione del mondo’: se ce lo immaginiamo come fosse una discarica – ha spiegato Delpini – ogni suo pezzo sarà rovinato e questa visione si estenderà al punto che la percezione generale sarà conseguente. Se lo immaginiamo a come un giardino in fiore, dai colori vivaci, la sua narrazione sarà poetica e rassicurante”.
“Noi non dobbiamo presumere che il mondo sia una discarica – ha ammonito – in realtà è un mondo da lavorare. Se si coltiva bene, crescerà il grano, altrimenti troveranno spazio i rovi”. Fuor di metafora, “Se il giornalista parla solo di cose raccolte in discarica – ha chiarito – il mondo che racconta sarà così”.
Per farsi comprendere meglio l’arcivescovo ha fatto ricorso ad un esempio pratico : “le gang che rendono insicure alcune vie di Milano, se le racconto con enfasi, contribuisco ad incrementare la paura. Posso però anche dire quali vicende hanno avuto i loro componenti, ogni persona ha una storia, e questo aiuterebbe ad interpretare meglio le vicende di questa gang”.
“La notizia anche cattiva e la continuità e insistenza su un aspetto problematico -ha detto ancora – come sugli aspetti degradati dell’umanità, dovrebbero esortare il giornalista e l’editore del suo giornale a chiedersi come interpretarlo”.
Insomma un richiamo all’accuratezza, al controllo delle fonti e al modo con cui porgere una notizia ai lettori di giornali che i giornalisti devono sempre tenere ben presente. Allontanandosi – per quanto possibile – da quegli “sciami informativi”, espressione coniata dal sociologo e politologo Ilvo Diamanti, ricordato da Paola Barretta, per effetto dei quali una tipologia di fatto diventa un filone di cui si parla ossessivamente e continuativamente per alcuni giorni e poi passa non in secondo piano, ma quasi nel dimenticatoio.
In altre parole, chi parla più di Giulia Cecchettin e dei femminicidi?
Nella sua analisi, Baretta si è soffermata anche sulle notizie che non vengono date in maniera completa e poi causano disinformazione. Attenzione: non si tratta di notizie false ma date senza riportarle nella loro interezza.

Anche su questo l’invito è a riflettere e a valutare quale tipo di giornalismo abbiamo in mente e come vogliamo metterci al servizio dei lettori.
Un’impostazione che sta caratterizzando la direzione del giornale Avvenire. Il suo direttore, Marco Girardo, infatti, ha evidenziato come spesso le aperture in prima pagina del suo quotidiano diano spazio a temi specifici, lontani dal mainstream, e che, proprio grazie a queste scelte, contribuiscono ad alimentare e ristabilire un dialogo aperto con i lettori. Facile a dirsi ma – onore al merito – molto difficile da realizzarsi. E chi lo fa compie gesti di grande coraggio. E, aggiungiamo noi, anche di grande indipendenza.
“La fiducia è il tema – ha detto – e Papa Francesco, rivolgendosi ai giornalisti vaticanisti, non a caso ha parlato di un artigianato dei legami”. “I lettori cercano interazione – ha continuato – allora esiste la necessità di creare una comunità con i lettori fondata sul rapporto di fiducia”.
La migliore chiosa a questo interessante dibattito arriva proprio dall’Arcivescovo di Milano che, richiamandosi al titolo dell’incontro e modificandolo per sostenere la sua teoria, ha affermato: “Voglio parlare di seminagione di fiducia”.



