Con un lungo e commovente post su Facebook il giornalista del Corriere della Sera Cesare Zapperi ha ricordato il collega ed amico di una vita Roberto Pelucchi, firma della Gazzetta dello Sport, morto nelle scorse ore a soli 50 anni. Cesare Zapperi e Roberto Pelucchi si erano conosciuti da giovanissimi alla fine degli anni Novanta nella redazione di ‘Bergamo Oggi’. Per questo lungo ricordo il giornalista del Corriere ha scelto di pubblicare una foto che ritrae Roberto Pelucchi con Giangavino Sulas, giornalista bergamasco d’adozione scomparso nel giugno del 2021 a 77 anni. Entrambi, per Zapperi, sono stati un punto di riferimento.
È davvero complicato, sai, Robertino mettersi qui a scrivere di te, ben sapendo di incorrere nella tua repulsione per la retorica post mortem, quella che fa diventare tutti santi solo dopo aver esalato l’ultimo respiro. Custodisco nel mio cuore tanti ricordi di giornate passate accanto a te a lavorare, a discutere, a scherzare, a condividere pezzi di questa vita bastarda che ti ha riservato un epilogo così drammatico.
Ma anche se le lacrime da ieri mattina non smettono di scendere, è giusto lasciarsi guidare dalla memoria per provare a rivivere tanti momenti della nostra amicizia. A partire dal nostro debutto nel mestieraccio della nostra vita a Bergamo Oggi. Ci siamo conosciuti lì all’inizio degli anni Novanta. Tu poco più che diciottenne, io una manciata di anni in più. Tu con quel viso da bambino che ti sei portato appresso anche quando si sono aggiunti i decenni, io già con quell’aria da vecchio fin da allora.
Molti non lo sanno ma tu iniziasti dalla cronaca. Preciso, puntuale, senza timori o riverenze nei confronti di nessuno. Erano gli anni di Gian Piero Galizzi sindaco. Io avevo il compito di seguire Palazzo Frizzoni, tu eri il mio alter ego. Ci intendevamo a meraviglia, un lavoro in tandem semplicemente perfetto. Quanto ci siamo divertiti a tirare (ma anche a prendere, altroché) buchi alla corazzata L’eco di Bergamo. L’attuale direttore Alberto Ceresoli, allora nostro cronista rivale, non ti ha mai “perdonato” un piccolo scoop.
Per dire dello spirito goliardico di quegli anni, ricordo quando ti presentasti con una finta prima pagina di Bg oggi che aveva come titolo d’apertura ”È nato il Guz”, un acronimo che stava per Gruppo di unità Zapperi. Faceva il verso al Gruppo di unità socialista che era nato in quei tempi in Comune e voleva essere un modo per unire idealmente un manipolo di persone (io, te, i consiglieri di opposizione Giuseppe Anghileri e Luigi Nappo) che cantavano fuori dal coro, che non erano allineate.
Di quel Bergamo Oggi, straordinaria fucina di talenti, caleidoscopio di personalità le più diverse ma capaci magicamente ogni giorno di arrivare a sintesi, tu eri il più giovane. Stefano Serpellini si divertiva a farti arrossire con le sue sottili battute, Fabio Carminati ti difendeva dalle insidie come quella volta che telefonò incazzato ad un collega che dopo un servizio aveva voluto condividere qualche bicchiere di troppo. Con Ennio Arengi gigioneggiavi, con Francesco Lamberini ti spanciavi per le sue uscite hard, da Ninetto Cassotti incassavi le sue burbere tirate che si concludevano con le celeberrime “bevutelle”.
Chiuso Bergamo Oggi, ci siamo ritrovati a lavorare fianco a fianco quando all’inizio degli anni Duemila ti chiesi di darmi una mano a mettere fiato nelle vele di quel piccolo ma arrembante (almeno nelle intenzioni) vascello pirata che è stata La Voce di Bergamo. Anche lì un lavoro sopraffino, stavolta sullo sport, Atalanta e Albinoleffe. Analisi, interviste, commenti, con rigore e libertà, con quella tua maniacale attenzione ai particolari, alla verifica delle notizie, a raccontare tutto quello che c’era da raccontare senza filtri. Quante soddisfazioni ci siamo tolti, quante risate con Barbara Baldin che ci affiancava nella fattura del settimanale. Quante madonne mi tirasti perché, dicevi così con la tua erre arrotata, “la cucciolotta non ti fa dormire la notte e la mattina vieni a rompere i c… a me”.
Poi hai preso il volo. Un paio d’anni a L’eco (dove ti fu riservata anche una canagliata ignobile) e quindi la Gazzetta dello Sport. Ma tu sei sempre stato lo stesso, non solo in quel volto angelico, ma soprattutto nei valori, nel modo di intendere la professione. Tu amavi profondamente il giornalismo, era la tua ragione di vita, ti riempiva la giornata con l’ossessiva lettura di giornali e libri, con le telefonate ai colleghi, le discussioni a tavola con gli amici.
Avevi tutto per essere una prima firma. E tante volte lo sei stato con le tue inchieste. Ma il tuo rigore, la tua cronica incapacità di accettare compromessi, la tua spigolosita’ (quando si è schietti e sinceri, ne so qualcosa, si finisce per pagare dei dazi pesantissimi), la tua onestà intellettuale, in altre parole il tuo carattere, ti hanno giocato contro perché i tuoi valori non sono quelli premianti in una società, e in una professione che tante volte ne è lo specchio, dove troppo spesso vincono l’ipocrisia, la mediocrità, il servilismo.
Riscalda il cuore leggere i ricordi che ti stanno riservando molti colleghi (da Paolo Marabini a Roberto Belingheri con Pier Carlo Capozzi e Stefano Serpellini). E colpiscono soprattutto quelli dei più giovani perché dimostrano di aver capito che tu eri un modello, un esempio con cui misurarsi, anche se c’è chi ti ha fatto terra bruciata attorno, chi ti ha ostacolato e denigrato per quelle miserabili invidie che in particolare a Bergamo trovano terreno fertile. Ma tu sei sempre andato avanti per la tua strada, con una coerenza da spavento e una dirittura morale davvero rara.
Per questo lungo ricordo (chiedo scusa ma avrei da scrivere un libro su di te) ho scelto una foto che ti ritrae con Giangavino Sulas. Per la bussola della mia vita voi due, pur figli di generazioni molto diverse, siete stati due punti di riferimento imprescindibili. Per trent’anni, con cadenza quasi giornaliera, ci siamo scambiati confidenze, sfoghi, consigli. Ci siamo stimati e voluti bene, come se appartenessimo alla stessa famiglia di sangue.
A Gianga sono stato vicino fino all’ultimo, con te Robertino non ho potuto perché ho colpevolmente esasperato uno di quei valori che ci legavano (la lealtà), muovendoti un rimprovero che non aveva ragione d’essere e mi sono allontanato, anche se non lo sapevo, proprio quando dovevo essere lì accanto a te. Non me lo perdonerò mai. Con te se ne va anche un pezzo importante della mia vita. Da ieri mi sento ancora più solo. Ciao Robertino, grazie infinite per tutta l’amicizia che mi hai regalato.


