Giornali e giornalisti, serve una voce per chi dà voce

Diamo voce a tutti. Lo facciamo per mestiere, per passione. Al politico che deve diffondere il suo messaggio (perché i social aiutano, ma non bastano), alla pensionata che deve decidere se fare la spesa o pagare le bollette sempre più insostenibili. Ma chi dà voce a noi giornalisti? Spesso, quando lo facciamo, premettiamo con pudore una formula un po’ trita: “Se permettete, per una volta, parleremo di noi”. Non la faremo nostra, per il semplice fatto che La Voce dei Giornalisti nasce proprio con questa missione: dare voce a chi ha scelto la professione di mettere le storie degli altri, e non le proprie, sotto i riflettori. Ma della salute (poca) di giornali e giornalisti in Italia qualcuno deve pur dire. Le notizie non mancano e sono, purtroppo, molto spesso negative. Un settimanale storico come L’Espresso, l’annuncio è proprio di queste ore, sta per passare di mano a un editore esperto, sì, ma da sempre focalizzato sull’informazione finanziaria. Sarà all’altezza della sfida? Saprà e vorrà mantenere gli standard qualitativi (e chissà, migliorarli), i livelli occupazionali e quelli retributivi? Se lo chiede il Cdr della testata e ce lo chiediamo anche noi, augurandoci risposte affermative per ciascuno di questi interrogativi. Certo, ci sono anche le note positive. Il ritorno in edicola della Gazzetta del Mezzogiorno, per esempio, segno che tra tanti morti che camminano – nel settore dei media – si salva chi alle chiacchiere da talk pubblicate il giorno dopo preferisce il radicamento a un territorio, le storie della gente comune e la cronaca dei fatti salienti delle nostre vite. Al di là di qualche avventuriero che apre e chiude redazioni senza senno, ci sarà sempre spazio per un’informazione locale di qualità. Fa ben sperare che un giornalista serio, e un
direttore vero, come Franco Bechis stia per lanciare una sfida da far tremare i polsi a molti (e che in passato è costata la carriera a qualcuno): far nascere un quotidiano economico pronto a sfidare la corazzata Sole 24 Ore, ma anche due navi corsare ben attrezzate come Milano Finanza e Italia Oggi. Il mondo dell’informazione, e quello ancor più ampio della comunicazione, non dà segni di voler morire. Certo, la crisi di vendite c’è ed è un fatto, sebbene esistano testate in controtendenza capaci di intercettare umori nuovi e bisogno di rappresentanza per chi a lungo è rimasto fuori dal circuito che conta. Ma è anche
vero che non c’è soltanto la carta: le notizie su radio, tv, Internet sono linfa per i palinsesti, segnale che gli italiani hanno fame di notizie e che questo appetito può essere placato, a patto di dare chiavi di lettura su questo mondo che cambia. Si parla di fake news, avremmo detto un tempo bufale: sono un pericolo per chi se ne abbevera, ma sono anche un’opportunità per noi che facciamo questo lavoro. Perché le bugie hanno le gambe corte e presto o tardi i lettori/spettatori capiscono che per essere realmente aggiornati hanno bisogno di professionisti formati, in un quadro di regole chiare. In questo senso, varrà la pena raccontare anche i fatti della categoria. Quel che accade nell’Ordine e nel Sindacato, dalla Fnsi alle territoriali fino all’ultimo dei comitati di redazione. E non per dare conto delle beghe di questo o di quel cacicco del giornalismo italiano, “signori delle tessere” che spesso non hanno mai messo piede in una redazione. Ma perché senza deontologia e senza formazione non c’è qualità. E senza qualità non c’è diritto a una retribuzione adeguata e il lavoro si polverizza, fino a scomparire. Tutto si tiene, in questo dannato mondo che ci toglie il sonno, ci rode il fegato ma nonostante tutto continua a riempirci il cuore. E’ la stampa, bellezza. E noi le daremo voce ogni giorno.