Anche nel mondo del calcio, così come praticamente in tutti i settori della società e dell’economia, è la magistratura ad avere un ruolo cruciale nello scrivere le regole. È il commento che sorge spontaneo di fronte alla sentenza della Corte di giustizia europea che ha scosso le fondamenta delle istituzioni calcistiche, sancendo che vanno garantite libera concorrenza e accettazione delle regole del mercato nell’organizzazione delle competizioni sportive, e nello sfruttamento di tutti i diritti patrimoniali che ci girano intorno.
È indubbio che, con la loro decisione, i giudici del Lussemburgo abbiano attribuito valore preponderante alle componenti economiche del mondo del calcio, lasciando in secondo piano quelle sportive. Tanto è che FIFA e UEFA sono state equiparate, nella sostanza, a delle imprese economiche. E questo è, a mio giudizio, un errore. Il pericolo è che per garantire la libera concorrenza nello sfruttamento dei diritti commerciali relativi alle competizioni, si finisca a penalizzare il merito sportivo e la competitività agonistica. Non bisogna dimenticare, in proposito, che il calcio è lo sport più bello e seguito nel mondo. Ma non è una passione che si limita alle partite in televisione dei top club internazionali, ma nasce e cresce nei campionati nazionali, nelle categorie giovanili, nelle serie inferiori, nell’entusiasmo dei territori per le squadre che li rappresentano, nei miracoli che consentono a un piccolo club di arrivare alle vette del calcio. Puntare troppo sul “calcio delle élite” rischia di minare in radice questi importanti valori.
Non dimentichiamo, inoltre, la valenza sociale – anche in termini di lotta contro il degrado e la criminalità – che ha il calcio, come più in generale lo sport, soprattutto nei territori più complessi e disagiati. Il sogno sportivo può infatti levare dalla strada molti giovani e creare modelli positivi da emulare per coetanei e nuove generazioni. Lo spettacolo, poi, non è solo quello della televisione, ma anche – e soprattutto – la passione che si vive con la presenza e la partecipazione negli stadi. Tanto è che, giustamente, il legislatore italiano, nei mesi scorsi, ha sancito che lo sport è un bene costituzionale. Anche gli organi UE (Parlamento, Commissione e Consiglio) hanno sempre affermato l’importanza del “modello sportivo europeo” fondato sui principi di solidarietà, sostenibilità, inclusività, competitività, merito sportivo ed equità. Un modello sportivo che questa sentenza sembra oggi poter mettere in discussione.
Ma è proprio così? Siamo di fronte alla fine del calcio così come lo conosciamo? Dobbiamo arrenderci all’idea che sarà sempre di più il business a dettare le regole, a discapito del merito e della passione sportiva diffusa? Credo di no. Ma ciò sarà possibile solo se lo shock che viene dai giudici del Lussemburgo riuscirà ad essere trasformato in un passaggio di crescita. Un po’ come avviene con certe malattie: se si curano al meglio servono a creare salutari anticorpi. Il legislatore, e le istituzioni sportive, hanno gli strumenti per riuscirci. La Corte di giustizia, del resto, ha esplicitamente spiegato che la sentenza non è un via libera alla Superlega. Peraltro, la situazione – di fatto e anche legislativa – su cui i magistrati europei hanno giudicato può modificare, rendendo le norme UEFA e FIFA censurate in quel caso specifico conformi con le disposizioni del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che garantiscono le regole del mercato, libero e concorrenziale. Non va poi dimenticato che le motivazioni delle sentenze sono essenziali per comprendere le loro conclusioni e che, in quelle pubblicate dalla Corte di giustizia ieri, ci sono dei passaggi, soprattutto in prospettiva, che non devono passare inosservati. I giudici del Lussemburgo, infatti, hanno affermato dei principi, rinviando al Tribunale di Madrid per la valutazione dei loro effetti reali, tra i quali vi è l’esistenza di cause di giustificazione che rendano legittime le restrizioni al regime della concorrenza determinate da esigenze solidaristiche di redistribuzione tra club dei proventi della commercializzazione dei diritti.
È un tema essenziale, visto che il calcio “dei popoli”, invece che “delle élite”, si fonda su un sistema fatto di sostenibilità di tutte le società di calcio – professionistiche e dilettantistiche – del calcio femminile e dei settori giovanili. Grazie alla redistribuzione solidale dei proventi che vengono dallo sfruttamento commerciale delle grandi competizioni internazionali, si genera un effetto positivo per tutti, perché le squadre minori possono beneficiare di risorse per investire, soprattutto sul settore giovanile, aumentando il livello di competitività sportiva – e dunque dello spettacolo – dei campionati nazionali.
In questa direzione, il ruolo delle istituzioni del mondo dello sport non può e non deve essere assimilato a quello di un’impresa commerciale, ma anzi va sostenuta e legittimata la loro funzione eminentemente sportiva e anche “sociale”. Nel calcio che vorrei, la competizione agonistica e sportiva inizia e finisce sul campo: al di fuori, vincono crescita diffusa e solidarietà.
di Guido Camera
Avvocato, presidente dell’associazione Italiastatodidiritto

Nella foto il presidente Uefa Aleksander Ceferin


