A Bologna il giornalista Marco Tarozzi presenta il suo nuovo libro ‘Dall’Ara. Renato sono io’

Mercoledì 8 giugno, alle ore 18.30, presso l’Istituto Storico Parri Emilia Romagna, in via Sant’Isaia 18 a Bologna, si terrà la presentazione di “Dall’Ara. Renato sono io”, il nuovo libro del giornalista professionista e scrittore Marco Tarozzi. Classe 1960, il collega ha collaborato al “Corriere dello Sport-Stadio” ed è stato redattore della rivista “Calcio 2000”. Per dodici anni è stato caposervizio del quotidiano “Il Domani di Bologna”. Modererà l’incontro il giornalista Alberto Bortolotti. Interverranno: Stefano Dall’Ara, uno dei nipoti di Renato Dall’Ara; Virginio Merola, presidente dell’ Istituto Parri; Claudio Fenucci, amministratore delegato del Bologna calcio; Riccardo Brizzi, professore dell’Università di Bologna.

Renato Dall’Ara è stato il presidente più vincente della storia del Bologna – si legge nella prefazione del libro firmata dall’attuale presidente del Bologna Joey Saputo -. E anche il più longevo, perché ha retto il timone di una delle società più blasonate del calcio italiano per trent’anni. Un dirigente che ha segnato un’epoca, non solo per i colori rossoblù: lo ha riconosciuto la Figc, eleggendolo nella propria Hall of Fame nel 2017.

Su di lui si è scritto e detto tanto, e l’aneddotica sul personaggio si è spesso fatta caricatura, talvolta trasformando la leggenda in realtà. Ma tutto quello che sappiamo sulla sua vita parte dal 1934, l’anno in cui decise di ascoltare le sirene che lo spingevano verso la guida del Bologna.

E prima? Chi era, prima, Renato Dall’Ara? Un ragazzo cresciuto a Reggio Emilia, in una periferia che aveva ancora l’aspetto di campagna; un giovane uomo con l’occhio lungo e il bernoccolo degli affari; un imprenditore che in meno di una decina d’anni costruì il suo piccolo impero, tra via Boldrini e via Amendola. E già prima di scendere in campo, un appassionato dei colori rossoblù. Trent’anni sono un soffio di vento o un’eternità, dipende dall’angolo di osservazione: per lui sono stati una ragione di vita, di amore per la sua squadra e per i suoi “ragazzòli”, perché i suoi giocatori erano i figli che non aveva potuto avere.

Anche di morte, perché quel 3 giugno 1964 cadde battendosi per un ideale di calcio che vedeva soffocato dalle grandi potenze metropolitane. Adesso è lui a raccontarci idealmente la sua storia. Insieme a quelli che lo hanno conosciuto bene, dentro il mondo del pallone ma anche appena fuori, nella vita di ogni giorno.