C’era una volta Sanremo, il festival della canzone italiana dove la musica era al primo posto. Sui giornali e nei vari servizi dei telegiornali – come ha osservato il giornalista professionista Paolo Mastromo – si è data più attenzione ai monologhi sociopolitici, alle polemiche politiche, alle trasgressioni nei gesti e nell’abbigliamento piuttosto che ai giudizi sulle canzoni in gara. Solo parole in un contesto in cui la vera protagonista è la musica. Pubblichiamo il Mastromo pensiero.
Non ho seguito il festival di Sanremo, non lo faccio da tanti anni, quindi mi astengo dal giudicare alcunché. Tuttavia, sono sorpreso da una cosa: questo sarebbe “il festival della canzone” però, leggendo i resoconti dei giornali e guardando i servizi dei telegiornali, non ho mai né letto né sentito di una “bella canzone”. Ho letto e sentito di monologhi sociopolitici, di polemiche politiche, di trasgressioni nei gesti e nell’abbigliamento, come è bravo lui, come ha emozionato lei.

Ma non ho letto né sentito alcun giudizio su alcuna canzone. Ne deduco che, ormai, “la canzone” sia un pretesto per mettere in scena uno show da utilizzare a livello mediatico. Anzi, sembra che siamo in presenza di una vera e propria variazione di “canone lirico”; prima la “canzone” era un modo per raccontare una storia in musica (esempio classico: “Signorinella”), si è poi evoluta sostituendo una “storia” con un “particolare” (esempio: “fatti mandare dalla mamma…” oppure “Rose rosse per te”…), poi c’è stato il “mixer” del “rap”, meno musica più parole; e oggi, con i monologhi, siamo al “solo parole” in un contesto in cui c’è “anche” della musica”.


