Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti nella seduta di ieri, martedì 8 novembre 2022, ha approvato a maggioranza (30 favorevoli, 16 contrari e 4 astenuti) le nuove linee interpretative dell’articolo 34 della legge professionale. La più importante riguarda l’accesso al praticantato anche in assenza di una testata e di un direttore responsabile (il tutto a discrezione degli Ordini regionali che, come accaduto con la revisione dell’Albo, faranno il bello e il cattivo tempo). Leggo sul tema dichiarazioni banali e propagandistiche dei vertici dell’Ordine che parlano di innovazione coraggiosa, laddove evidentemente si confonde il coraggio con l’incoscienza. A Roma, in via Sommacampagna, sede dell’Ordine nazionale, il mondo gira al contrario. In quell’edificio ritengono che in Italia 110mila giornalisti siano pochi. Meglio creare altri disoccupati.

Quindi “porte aperte all’Odigì” Mentre gli altri ordini professionali tentano di mettere un freno al numero di iscritti (e alla disoccupazione) quello dei Giornalisti vuole incrementarlo.
Testuale dal sito Odg: “Oggi sono in tanti a lavorare negli uffici stampa, sui social e con le nuove tecnologie digitali, che svolgono attività giornalistica ma non possono essere riconosciuti, in quanto non hanno una testata di riferimento. Con questa nuova interpretazione andiamo incontro ad una realtà composta soprattutto da freelance e precari che ambiscono ad entrare a pieno titolo nel perimetro del giornalismo. Ovvio che auspichiamo di avere quanto prima riscontri positivi dal nuovo Parlamento per una riforma organica della professione”.

Lingua italiana ‘rivedibile’ a parte, il riferimento a freelance e precari (a cui in pratica l’Ordine offre altra disoccupazione. Ma vuoi mettere, avranno il tesserino da giornalista) è allo stesso tempo drammatico e tragicamente comico. Sembrano così lontani i tempi in cui l’attuale maggioranza (in quel periodo all’opposizione) tentava in tutti i modi di fermare il “ricongiungimento” dei pubblicisti ai professionisti varato dalla presidenza di Enzo Iacopino.
Ma quella che potrebbe sembrare una decisione senza senso, un senso purtroppo ce l’ha. L’obiettivo è di eliminare gradualmente i pubblicisti e poi di procedere ad una sorta di “autoscioglimento” dell’Ordine a favore della FNSI che terrebbe il controllo dell’albo (e soprattutto le quote degli iscritti, visto che non può più contare sull’obolo annuale milionario offerto dall’INPGI).

Questo è il disegno dell’Ordine targato FNSI (la maggioranza attuale è espressione del sindacato). La stessa FNSI che ha avallato e sottoscritto con Aran il nuovo contratto per i giornalisti che lavorano negli enti P.A. inquadrandoli come normali dipendenti della pubblica amministrazione categoria D1 ed eliminando così per tutti loro il contratto giornalistico già in essere! In Italia circa 260 giornalisti assunti negli enti pubblici sono così passati da uno stipendio mensile medio di 2.800 euro a 1.370 euro. Contemporaneamente sono stati stabilizzati e assunti in Rai 270 registi in quota Usigrai ai quali è stato (giustamente) riconosciuto il contratto giornalistico. Per fare chiarezza sarebbe importante che il presidente dell’Ordine nazionale Carlo Bartoli rispondesse a questi interrogativi.
1 – È consapevole che alla luce di queste linee guida appena approvate, il percorso di iscrizione ai Pubblicisti sarà più difficoltoso rispetto a quello di iscrizione ai Praticanti?
2 – Per quale motivo è stata concessa ampia discrezionalità agli Ordini regionali nello stabilire l’accesso alla professione?
3 – Che fine faranno i master di giornalismo?
4 – Perché chi governa l’Ordine prima era contrario al cosiddetto ricongiungimento ed ora ha spalancato le porte dell’elenco Professionisti?
5 – Quanto durerà il silenzio assordante sull’applicazione della legge 150?
6 – Ma soprattutto, l’Ordine deve tutelare i giornalisti o chi deve diventarlo?



