Pier Attilio Trivulzio con Jackie Stewart (foto pubblicata sui social da Marco Pirola)
Era morto sette mesi fa, per cause naturali, in solitudine. Non avendo sue notizie da tempo, alcuni colleghi brianzoli, in primis Marco Pirola, avevano allertato le forze dell’ordine. Nelle scorse ore la tragica scoperta. Il giornalista milanese Pier Attilio Trivulzio, 83 anni, è stato trovato senza vita in un appartamento del quartiere di Sant’Agabio a Novara, dove si era trasferito. Il decesso, secondo quanto ricostruito, sarebbe avvenuto ad agosto 2022. I vigili del fuoco sono entrati nell’abitazione di corso Trieste, zona est della città, e hanno trovato il corpo di Pier Attilio Trivulzio esanime, ormai mummificato. Sul posto anche il personale della Questura e il medico legale. Il giornalista, prima di andare in pensione, nella sua carriera professionale aveva collaborato con L’Espresso, La Notte, Il Giorno e l’Ansa, occupandosi specialmente di motori avendo avuto un passato come pilota di automobilismo.
L’accorato ricordo dell’amico e collega Marco Pirola
Con un lungo e accorato post sui social il giornalista brianzolo Marco Pirola, che negli ultimi tempi si era preoccupato per l’assenza di notizie su Pier Attilio Trivulzio, ha ricordato l’amico e collega, compagno di tante avventure professionali.
“Purtroppo l’ho trovato. E non era nemmeno tanto lontano da noi. A Novara. Era steso per terra da mesi in un appartamento che una mano caritatevole gli aveva concesso in uso da anni. Morto. Pier Attilio Trivulzio se ne è andato come aveva sempre vissuto. Un fantasma. Solo. Come del resto lo era stata la sua esistenza che per anni ha incrociato la mia. Me lo aspettavo. Ce lo aspettavamo. Però fa male. Quando eravamo a L’Esagono ero uno dei pochi che riuscivano a contenere la sua esuberanza giornalistica che tracimava spesso oltre i limiti della decenza e qualche volta della legge. Era una testa di cazzo, ma cazzo se era bravo. Due anni di inchieste, pagine intere sui rapporti tra i cinesi e l’Ndrangheta che si erano materializzate nello scatolone di cemento a Muggiò chiamato Magic Movie. Le querele che mi ha fatto prendere da cui sono sempre stato assolto grazie alla puntigliosità delle sue testimonianze in aula e della caterva di documenti che ogni volta presentava. Ho tanti flash in testa adesso, sicuro di dimenticarne qualcuno. Sempre alla ricerca disperata di soldi. A volte dormiva sulle panchine di un parco pubblico o alla stazione. “Per essere sulla notizia” sussurrava arrossendo un poco perché noi e lui sapevamo quale fosse la verità che non voleva dire. Lui molto piu anziano di tutti era stato adottato dalla redazione, dall’editore e pure dal sottoscritto. Un giorno già vecchio si era presentato nel mio ufficio con un sacchetto di plastica. “C’è dentro tutto quello che mi è rimasto della vita”. Non scherzava. Era disperato ma manteneva una dignità assoluta. Era in fuga dall’ennesimo padrone di casa che non pagava da mesi perché era senza soldi. Lo avevano sistemato al piano di sopra della redazione nella stanza che era il mio ufficio. Era felice che qualcuno si fosse interessato di lui. Quella volta che registrò di nascosto un giudice e il registratore partì mentre eravamo sulla panchina fuori dal tribunale erudendo almeno mezza dozzina di astanti dell’interrogatorio appena avvenuto. E poi la mattina in cui morì mio padre e me lo trovai seduto al tavolo della trattoria dove ero andato a riordinare le idee. Il suo quartino di vino e un piatto unico per non sforare il budget. Appassionato di auto. Competente di macchine da corsa come pochi. Il migliore. I giorni del Gran Premio era arrivato a dormire nella cabina dell’Enel vicino alla pista. Un po’ per necessità tanto per essere sul pezzo. Anarchico, a volte incattivito dalla vita passata a scrivere articoli. Sorrideva. Stava al gioco in quella goliardica caserma che era la mia redazione. Avrei da scrivere ancora tanto, ma non riesco. Colpa tua vecchio trombone. Mi hai fatto piangere… addio Pat. O forse è solo un arrivederci…“


