Min Sang Cho, pioniere della cultura coreana in Italia. Intervista del giornalista Vincenzo Sardelli

Pubblichiamo questa interessante intervista del professore Vincenzo Sardelli, giornalista pubblicista iscritto all’Odg Lombardia. Il collega è coautore con Giuseppe Gallizzi dei libri ‘La scuola dei grandi maestri’ (Centro di documentazione giornalistica) e ‘Eravamo in via Solferino’ (Minerva).

Quando nell’ormai lontano 1986 Min Sang Cho, laureato alla Hankuk University of Foreign Studies a Seul, giunse a Milano per iscriversi all’Università Cattolica e studiare Filosofia, in Italia ancora poco si conosceva della cultura sud-coreana. Se gli scenari da Guerra Fredda chiarivano le differenze geopolitiche tra le due Coree, gli italiani mostravano un’idea ancora vaga dell’Estremo Oriente, anche dal punto di vista antropologico. Paolo Villaggio in Fantozzi dava un’immagine esilarante dei ristoranti giapponesi. Quelli cinesi erano rari e concentrati nelle grandi città. La cucina coreana era invece del tutto ignorata, come pure i caratteri identificativi che distinguono un cittadino di Seul da uno di Pechino o di Tokyo.

Le Olimpiadi del 1988 (quelle della vittoria “sporca” di Ben Johnson contro Carl Lewis sui 100m piani e delle unghie chilometriche di Florence Griffith-Joyner) modificarono la nostra percezione. I Mondiali di calcio del 2002 fecero il resto, con la famigerata eliminazione della nazionale azzurra proprio a opera della Corea del Sud: vent’anni fa i cartellini rossi per Totti arrivavano dagli arbitri su un campo di calcio, e non dagli avvocati divorzisti in tribunale.

Festa coreana a Milano

Min Sang Cho, 61 anni da poco compiuti, a Milano ha trascorso la maggior parte della propria vita, impegnandosi in una serie di attività: dalla ristorazione al Taekwondo, dalla promozione di eventi culturali all’insegnamento. Cho insegna infatti Lingua e cultura coreana all’Università Statale, precisamente alla facoltà di Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale che ha sede a Sesto San Giovanni, in piazza Montanelli. Ma già nel 1996 il prof Cho aveva creato il primo Centro di Ricerche Culturali fra Corea e Italia (Cricci).

Professor Cho, quali sono gli intenti del Cricci?

L’associazione, nata senza scopo di lucro, intende diffondere la cultura coreana in Italia. Abbiamo fatto un grande lavoro per farci capire e conoscere. Abbiamo scritto libri. Abbiamo istituito dei corsi e creato il mensile “Noi, Cricci”. Oggi i giovani italiani conoscono molto più di prima la nostra cultura. Si sono moltiplicati i corsi per imparare l’hangul, l’alfabeto coreano. Sono in aumento i fan di k-pop, la musica popolare che unisce rock, gospel, rhythm and blues, hip-hop e sperimentale. Crescono anche gli appassionati di cinema e serie TV. A metà anni Ottanta, invece, eravamo ancora dei perfetti sconosciuti. A Milano mi scambiavano per un cinese, a volte addirittura per un vietnamita o un thailandese. Avvertivo un senso di profonda solitudine”.

E con il corso universitario come va?

“Inizialmente gli iscritti erano un centinaio. Poi ogni anno si sono aggiunti cinquanta o sessanta studenti. Ma il vero boom si è registrato nel 2020, dopo il successo internazionale di Parasite, film del 2019 di Bong Joon-ho che è stato candidato a sei premi Oscar vincendone quattro. In quel momento i neoiscritti sono arrivati a 250. Adesso, quando conosco qualcuno, come prima cosa mi viene chiesto se sono coreano“.

Festa coreana a Milano

Che cosa può insegnare a noi occidentali la cultura coreana?

“La disciplina. L’ordine. La solidarietà. Durante la crisi finanziaria del 1997, tanti cittadini hanno raccolto oro e gioielli e li hanno consegnati al governo. Durante l’ultima pandemia, allo stesso modo, i politici hanno ridotto gli stipendi di chi continuava a guadagnare per sostenere chi aveva perso il lavoro o era stato costretto a sospendere l’attività. Noi coreani abbiamo un grande spirito di fratellanza perché siamo un gruppo etnico unico, unito e coeso. Gettiamo il cuore oltre l’ostacolo. Inoltre amiamo molto la musica, l’arte, la letteratura“.

Un altro aspetto che vi caratterizza è la gratitudine: ricordate per tutta la vita chi vi ha offerto  aiuto.

Credo che questa sia una caratteristica anche degli italiani. Che mantengono la parola data. Forse un aspetto che caratterizza noi coreani è piuttosto il rispetto: quello che riconosciamo agli anziani o ai genitori, cui ci rivolgiamo dando del lei. Oppure la deferenza che riconosciamo ai superiori sul posto di lavoro, o a chi ricopre un incarico di prestigio”.

E l’Italia come le sembra?

“Aperta e accogliente. Non ho mai riscontrato episodi di razzismo“.

Che cosa offre Milano a un cittadino coreano?

“Milano è una capitale europea. È un centro culturale di sviluppo, dalla finanza alla moda. È una città molteplice e multietnica che offre molte opportunità di lavoro. È un luogo armonico che propone idee e continue occasioni di confronto per allargare lo sguardo”.

Festa coreana a Milano

E un cittadino coreano che cosa può offrire a Milano?

“Lo scambio. L’Europa sta alla Corea come lo yin sta allo yang. La perfezione si raggiunge attraverso la compresenza di energie opposte che si completano a vicenda. È attraverso il dualismo tendente all’armonia che si raggiungono equilibrio e benessere”.

Lei di recente è tornato in Corea. Come l’ha trovata?

“Con una mentalità più aperta. Noi siamo una penisola, ma la chiusura del confine a Nord con l’altra Corea fa di noi a tutti gli effetti un’isola. Con in più la difficoltà geopolitica di coesistere con vicini di casa potenti, tra forze centrifughe. Siamo alleati storici degli Stati Uniti, e questo crea spesso dissapori con Cina e Russia. Siamo vicinissimi al Giappone, che nel secolo scorso ci aveva conquistati instaurando un dominio feroce, le cui ferite ancora faticano a rimarginarsi. Aprirsi ad altre esperienze e culture ci aiuta a darci una dimensione universale e a rimarginare quelle ferite. Non è solo un fatto di sopravvivenza. Ogni volta che torno in Corea sono testimone di cambiamenti frenetici. In trent’anni la Samsung è diventata un colosso. Siamo uno dei Paesi del pianeta più sviluppati. La tecnologia è diventata pervasiva. Sono stato all’ufficio anagrafe della mia città e ho risolto una pratica burocratica in soli due minuti, cosa impensabile in Italia. In Corea qualunque cittadino si sente trattato come un re.

Insomma, non avete difetti.

Be’, diciamo che siamo un Paese dove è molto forte lo stress. Un successo o un fallimento scolastico determinano il successo o il fallimento nella vita. Come se fosse una sentenza inappellabile. Chi ha frequentato un’università prestigiosa trova sempre le porte aperte. Chi non ha studiato, o si è laureato in un’università mediocre, avrà il pregiudizio degli altri cucito addosso come uno stigma: è un marchio di sfiducia per tutta la vita. A me pare normale commettere errori, essere alla ricerca di un’identità quando si hanno ancora 18 anni e le idee poco chiare”.

Infine, la Corea del Sud ha bisogno di una leadership decisa, affidabile e carismatica, in grado di consolidare i rapporti con gli alleati e appianare i problemi con i partner commerciali. Il neopresidente Yoon Suk-yeol è chiamato a rispondere a queste sfide, a creare rapporti internazionali  equilibrati, con un approccio meno divisivo. Ci riuscirà?

Vincenzo Sardelli