«L’obiettivo di alcuni pubblici ministeri e giornalisti è “la damnatio memoriae” di Silvio Berlusconi». È quanto si legge in una lettera che la figlia Marina ha inviato a Il Giornale per difendere la memoria del padre da ciò che definisce «un meccanismo diabolico»- Marina Berlusconi fa un chiaro riferimento alla «tenaglia pm-giornalisti complici, che rovina la vita ai diretti interessati ma anche condiziona, e nel caso di mio padre si è visto quanto, la vita democratica del Paese, avvelena il clima, calpesta i più sacri principi costituzionali».

«La scomparsa di mio padre non ha mutato nulla – aggiunge Marina Berlusconi -. Dopo oltre vent’anni di inchieste, dopo una mezza dozzina di indagini chiuse su richiesta degli stessi pubblici ministeri perché non c’era, non poteva esserci, alcun elemento di prova, e subito riaperte in modo da dilatare strumentalmente qualsiasi termine di scadenza, dopo che i conti della Fininvest sono stati passati per anni al setaccio senza risultato, ci sono ancora pm e giornalisti che insistono nella tesi, assurda, illogica, molto più che infamante, secondo cui mio padre sarebbe il mandante delle stragi mafiose del 1993-94».
«Ma davvero qualcuno può credere che Silvio Berlusconi abbia ordinato a Cosa Nostra di scatenare morte e distruzione per agevolare la sua discesa in campo del gennaio 1994? – domanda, infine, la figlia del defunto leader di Forza Italia -. Ed è credibile, poi, che abbia costruito una delle principali imprese del Paese utilizzando capitali mafiosi? Ma se qualcuno non si accontenta del buon senso o di quel che sostiene una figlia, mi spieghi perché, dopo oltre un quarto di secolo in cui decine di pm hanno dedicato le loro giornate a mio padre, non è emerso nulla, nulla di nulla».


