Intervista alla band Sequoia: alla scoperta di “La Terra Santa”

Intervista alla band Sequoia: alla scoperta di "La Terra Santa"

Il 4 ottobre scorso, la band Sequoia ha fatto il suo esordio nel panorama musicale con l’album “La Terra Santa“, un’opera destinata a lasciare un’impronta significativa nella discografia italiana. I membri della band catturano l’essenza della tradizione della musica d’autore italiana, fondendo una robusta corteccia di alternative rock con rami vivaci di punk, creando un sound unico e avvincente.

Prodotto da Matteo Cantaluppi, “La Terra Santa” si distingue per la sua abilità nel tessere influenze letterarie e musicali, dando vita a un racconto che esplora temi universali come la storia, la memoria collettiva e il desiderio di riscatto.

In questa intervista i Sequoia ci offrono uno sguardo sulla genesi del loro progetto musicale.

L’intervista ai Sequoia

Come nascono i Sequoia? Da dove provengono e come avete scelto questo nome per la band? 

Siamo nati un paio d’anni fa e abbiamo scelto il nome Sequoia perché era un nome che ci sembrava metaforicamente perfetto per quello che era la nostra musica: radici nel profondo terreno della musica d’autore italiana, robusta nera corteccia dell’alternative rock e forti rami dal persistente fogliame post-punk.

Qual è stato il vostro percorso personale e artistico che vi ha portato a formare il gruppo?

Siamo cinque persone che arrivano da un lungo trascorso musicale e militanza in band e progetti molto diversi tra loro, cinque persone che si conoscono da tanti anni, cinque amici che volevano fare musica assieme.

L’album di esordio “La Terra Santa” esplora temi profondi e complessi. Qual è stata lascintilla che ha ispirato questo album e come avete scelto i temi di ogni traccia?

La nostra propensione è quella di raccontare storie. Possono essere racconti ispirati da fatti storici, da episodi di cronaca, da romanzi o poesie che ci colpiscono, oppure da situazioni personali che cerchiamo di trasformare in qualcosa di universale.  La scintilla che ha ispirato questo album è stata la consapevolezza di essere pronti ad affrontare un progetto del genere, ci sentivamo maturi al punto giusto per provare ad alzare un po’ l’asticella dell’ambizione.

Nel brano “Vlora” trattate un episodio storico significativo come la diaspora albanese, mentre “Autunno ’91” è incentrato sulla caduta del Muro di Berlino. Qual è l’importanza della storia e della memoria collettiva nella vostra musica?

Ha molta importanza nella misura in cui c’è una forte interscambiabilità nella narrazione tra le diverse anime che la compongono. Volevamo raccontare uno spaccato del nostro vissuto o di persone a noi vicine attraverso delle storie che come dicevamo prima, potessero partire dall’esperienza individuale e divenire universali. Vlora per esempio nasce dal racconto di chi quella nave la prese sul serio, alla ricerca di una terra promessa in una calda notte d’estate, portandosi dietro solo i sogni e le speranze. Abbiamo qui tre elementi che convivono nella trama: un fatto storico importante che segna di fatto il passaggio dell’Italia da un paese di emigrazione ad un paese di immigrazione, il punto di vista di chi quella nave l’ha presa sul serio, e infine l’universalità di un gesto istintivo, umano, necessario, quello di spostarsi per il mondo alla ricerca di un qualcosa.

“La Terra Santa” combina sonorità alternative rock a testi densi di significato. Quali sono stati i vostri principali riferimenti musicali e letterari durante la stesura dell’album?

I nostri riferimenti e le nostre influenze che abbiamo cercato di portare come cifra stilistica della band, rivisitandole poi ovviamente in una nostra chiave di lettura personale, sono molto varie e diverse tra loro. L’idea era quella di riuscire a far convivere la musica d’autore italiana con un sound che miscelasse l’alternative rock anglosassone e non, delle band che ci piacciono, dai Tindersticks ai Noir Desir passando per i Bad Seeds, Black Heart Procession o La Crus giusto per fare qualche nome enorme che ci ha ispirato.

 Nella title track avete collaborato con Mauro Ermanno Giovanardi. Come è nata questa collaborazione e in che modo la sua presenza ha arricchito il brano e l’intero progetto?

Nel periodo in cui eravamo al Mono Studio con Matteo Cantaluppi, lui stava registrando contestualmente anche l’album del ritorno sulle scene dei La Crus, che sono sempre stati una delle nostre band preferite. Abbiamo scritto un biglietto a Joe (Mauro E.Giovanardi) che abbiamo messo all’interno di una raccolta di poesie di Alda Merini da fargli trovare in studio, chiedendogli se avesse voglia di ascoltare quello che stavamo facendo e nel caso se avesse avuto voglia di partecipare ad un brano. Joe è sempre stato un nostro punto di riferimento e se ci avessero chiesto di scegliere, fantasticando, un solo ospite per il nostro album di debutto avremmo detto sicuramente il suo nome. Il fatto che abbia poi effettivamente partecipato al nostro disco ci riempie di orgoglio e soddisfazione. La sua presenza sicuramente oltre a dare al brano in cui è ospite una profondità incredibile, conferisce a tutto il lavoro un’aura differente, molto autorevole. Non potevamo chiedere di meglio.

Per la produzione dell’album avete lavorato a stretto contatto con Matteo Cantaluppi. Come descrivereste il suo contributo nello sviluppo del sound di “La Terra Santa”?

Matteo Cantaluppi è semplicemente un maestro, e il suono de La Terra Santa di cui siamo molto orgogliosi è farina del suo sacco.  Nel corso degli anni è riuscito ad affermarsi come uno dei produttori italiani più in voga, contribuendo al sound e al successo di artisti pop come The Giornalisti, Bugo, Le Vibrazioni, Gabbani, Tommaso Paradiso e allo stesso tempo producendo band e artisti sperimentali, alternativi, di nicchia. Molti artisti ben più affermati di noi che ci hanno lavorato assieme riconoscono questo suo eclettismo e la sua sterminata conoscenza musicale come plusvalore, soprattutto perché sono supportati da una rara umanità e complicità. Noi non possiamo che confermare e accodarci a questi elogi, Matteo è il numero uno.

Qual è la traccia dell’album che sentite più vicina alla vostra esperienza personale e perché?

Onestamente per noi non è facile scegliere una traccia sola dell’album perché preferiamo concepire La Terra Santa non tanto come una raccolta di canzoni, ma un vero e proprio racconto in dieci brani che trova senso nell’unitarietà. E’ chiaro che in un’epoca in cui tutto si consuma alla velocità della luce e soprattutto la musica vive di streaming e algoritmi, sembra un discorso forse desueto, ma noi non possiamo che pensarla così, il nostro disco è da ascoltare nella sua interezza per poterlo capire ed apprezzare appieno. Poi ovvio, un pezzo come Bellamerica è una sorta di singolo perfetto, per la sua musicalità e il suo essere un po’ la canzone simbolo di questo lavoro.

Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi per i Sequoia? Possiamo aspettarci nuovi singoli, un secondo album, altre collaborazioni, o magari un tour?

Per ora ci godiamo l’uscita de La Terra Santa che sta ricevendo dalla critica degli ottimi responsi. Prossimamente, giovedì 24 ottobre saremo ospiti all’Auditorium di Radio Popolare per suonare live tutto l’album in diretta nazionale. Poi verranno altre date che annunceremo a breve e alcune news di cui però è un po’ prematuro parlare. Per ora come dicevamo godiamoci l’uscita de La Terra Santa.