Indro Montanelli, dal Corriere al Giornale fino alla Voce: ventun anni fa ci lasciava un maestro di giornalismo

“Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore”. Tra le celebri frasi di Indro Montanelli, questa è una di quelle che meglio descrive la sua figura. Considerato il più grande giornalista italiano del Novecento, Montanelli moriva oggi, ventun anni fa, il 22 luglio 2001, a Milano all’età di 92 anni. Nato a Fucecchio (Firenze), Indro seppe distinguersi per la concisione e la limpidezza nella scrittura (gli articoli li redigeva con la sua ‘amata’ Lettera 22 della Olivetti). Ma soprattutto fu un giornalista indipendente che instaurò un rapporto di fiducia con il lettore che orgogliosamente definiva il suo ‘padrone’, l’unico a cui riteneva di dover dare conto.

Il primo numero del Giornale di Montanelli (25 giugno 1974)

E quando sentì la sua libertà minacciata, non esitò ad abbandonare il suo editore. Un fatto che accadde per ben due volte: nel 1973, quando lasciò il Corriere della Sera (l’allora direttore Piero Ottone lo licenziò d’intesa con l’editore Giulia Maria Crespi), e nel 1994, quando lasciò, per i noti contrasti con Silvio Berlusconi, il Giornale che Montanelli aveva fondato vent’anni prima. A 85 anni la nuova sfida: la fondazione della Voce, un nuovo quotidiano indipendente. Un’esperienza editoriale che però non ebbe lunga vita e durò solo un anno. Montanelli fu uomo-simbolo del Corriere della Sera per il quale lavorò al 1938 al 1973 e dal 1995 fino alla morte.

Primo numero della Voce (22 marzo 1994)

Il rapporto tra il giornalista e il quotidiano di via Solferino viene approfondito nel libro ‘Eravamo in via Solferino’ (edito da Mugavero-Minerva) di Giuseppe Gallizzi e Vincenzo Sardelli. Precisamente nel capitolo 15, ‘L’arrivo di Mieli e il ritorno del ‘figliol’ prodigo Montanelli’. Pubblichiamo un estratto.

“Fu in nome di questo proposito che il neodirettore (Paolo Mieli, ndr) rivolse a Indro Montanelli l’invito a ricomporre, dopo quasi vent’anni, la diaspora che aveva sottratto al Corriere “l’argenteria di famiglia”. L’invito fu altro che una normalità. Mieli si mostrò disposto a farsi da part, a cedere a Montanelli la poltrona che era stata di Albertini. Montanelli tornò quando finì la breve esperienza della “Voce”, fondata dopo che, per i noti contrasti con Silvio Berlusconi entrato in politica, aveva lasciato la direzione del “Giornale”. Al Corriere ebbe la “Stanza”, rubrica di corrispondenza con i lettori che aveva tenuto anni prima sulla “Domenica del Corriere”. Fu commosso dalla sensibilità di Mieli, che era stato il primo a venirgli incontro cavallerescamente. Altrettanto cavallerescamente Montanelli rifiutò la poltrona da direttore, accontentandosi della stanza in fondo al corridoio del primo piano, dove si annidava in un tempo ormai lontano la famosa “proprietà”. Avrebbe potuto accettare la direzione a titolo onorifico. Si era imbarcato nell’avventura della “Voce” più per non abbandonare gli uomini che ancora una volta lo avevano seguito (Travaglio, Mazzuca, Battistini, Natta, Montanari, ecc.) che per convinzione, anche se le sue attese erano ben altre. E forse, se alla fine del ’94 non fosse caduto il primo Governo Berlusconi, contro cui combatteva molte battaglie, “La Voce” avrebbe resistito qualche anno in più. Magari avrebbe trovato mezzi e persone per sopravvivere. In ogni caso, col ritorno di Montanelli, fu chiaro che il Corriere era ridiventato quello che noi, vent’anni prima, avremmo voluto che restasse. Con quel ritorno Mieli volle ricucire una ferita. S’intendeva perfettamente con Montanelli. Pur partendo da posizione diverse (Indro era conservatore, rappresentava il volto pulito della destra italiana, Mieli veniva dall’esperienza dell’Unità) avevano in comune la stessa passione civile, espressa con garbo. Inoltre condividevano l’amore per la storia, in particolare quella contemporanea. Erano amici. Renato Mieli aveva fatto conoscere Montanelli al figlio quando questi aveva sette-otto anni.

Giuseppe Gallizzi e Indro Montanelli nel Salone Albertini del Corriere

I due erano entrati in assiduità dopo i fatti d’Ungheria, nel ’56, quando Renato strappò, come altri, la tessera del Pci in polemica con l’Urss e con i vertici di Botteghe Oscure. Per il ritorno al Corriere, Paolo Mieli si valse anche dell’aiuto di altri due ‘figlioli prodighi’, amici e compagni “storici” di Montanelli: Gaetano Afeltra ed Enzo Biagi. L’offerta della poltrona di direttore, per la precisione, risale ai mesi tra la fine del ’93 e l’inizio del ’94, quando si consuma la frattura tra Montanelli e Berlusconi. Lì Montanelli tentenna, poi fonda “La Voce”, per riconoscenza ai cinquanta, sessanta fedelissimi che rischierebbero di trovarsi in mezzo alla strada: finanziamento scarsissimi, introiti pubblicitari prossimi allo zero, difficoltà, nella nuova Italia del maggioritario, a catturare il consenso di un pubblico identificabile chiaramente con un colore politico… La nuova esperienza editoriale, in poche parole, fallisce. Ed ecco tornare alla carica Mieli, con tanto di mediazione da parte anche di Romiti, Gianni Agnelli e Cuccia. In particolare Agnelli, con i piedi in due scarpe, favorì il ritorno del grande fuoriuscito anche per fare uno sgambetto a suo cognato Carlo Caracciolo, azionista di “Repubblica”, giornale verso cui l’Avvocato nutriva una garbata antipatia. Il ritorno di Montanelli fu accolto con generale entusiasmo in via Solferino, persino da parte di chi lo aveva più volte osteggiato”.

Montanelli ferito dalle brigate rosse

La penna tagliente di Montanelli risultò ‘scomoda’ persino alle brigate rosse che il 22 giugno 1977 gli tesero un agguato nei giardini di piazza Cavour a Milano. Due giovani, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, spararono contro il giornalista otto colpi di pistola. Quattro proiettili andarono a segno: tre attraversarono la coscia destra e l’altro trapassò un gluteo e si fermò contro il femore sinistro. Montanelli non cadde subito, si aggrappò ad una delle sbarre dell’inferriata dell’area verde e cominciò a scivolare lentamente per accasciarsi a terra. “Quella mattina sono in due nei giardini di piazza Cavour, a Milano – scrisse Montanelli un articolo -. Uno mi spara alle gambe. L’altro mi tiene nel mirino della sua pistola. I primi due-tre proiettili entrano nelle mie lunghe zampe di pollo. Non devastano né ossa né arterie. Ma sarebbero sufficienti per far cadere a terra qualsiasi cristiano. In quegli attimi ricordo la promessa che avevo fatto a Mussolini, e a me stesso, quando, bambino, mi ritrovai intruppato nei balilla: “Se devi morire, muori in piedi!” Davanti a questi vigliacchi che non hanno il coraggio di affrontarmi in faccia, penso, non posso morire in ginocchio. E mi aggrappo alla cancellata dei giardini. Non sto in piedi sulle gambe, ma mi reggo dritto con la forza delle braccia. E quello continua a sparare e a centrare le mie zampe di pollo. Se mi fossi accasciato, se mi fossi inginocchiato davanti a lui, a quell’ora sarei morto“.

Indro Montanelli, Gaetano Afeltra e Paolo Mieli nella redazione del Corriere (foto da archivio Corriere)

Montanelli, di formazione storica, fu inoltre autore di molti libri tra cui ‘Storia di Roma’, ‘Storia dei Greci’, ‘L’Italia degli anni di piombo’ (con Mario Cervi), ‘L’Italia dei secoli bui’ (con Roberto Gervaso), ‘Io e il Duce’ (Montanelli visse gli anni del regime fascista), ‘Storia d’Italia’ (con Roberto Gervaso) e ‘Ve l’avevo detto: Berlusconi visto da chi lo conosceva bene’. L’ultima uscita è ‘Se non mi capite, l’imbecille sono io’, un’autobiografia postuma.

Un giornalista di razza, un primo violino, un grande scrittore e un intellettuale libero. Indimenticabile Indro Montanelli.