Nel complesso panorama dei tumori gastrointestinali, circa 15mila casi riguardano, in Italia, lo stomaco e la giunzione gastroesofagea. Questi dati sono forniti dall’Associazione Italiana Oncologia Medica.
Lo studio che l’Istituto dei Tumori di Milano sta conducendo insieme ad altri cinque centri, riguarda una piccola fetta di quei 15mila , circa il 7 per cento che presenta caratteristiche ben precise: non ci sono metastasi, il tumore è fermo allo stomaco e ai linfonodi limitrofi, è ancora operabile, e in particolare è un tumore con microsatelliti instabili, identificati con la sigla MSI-H.

Su questi casi si è concentrato il progetto “Infinity” ideato da Filippo Pietrantoni, direttore di oncologia gastroenterologica all’Int, coordinato da Alessandra Raimondi, oncologa, che per questo studio ha ricevuto il premio “Lettura Marco Venturini“.
Del gruppo fa parte il dottor Alberto Giovanni Leone che abbiamo intervistato.
-Dottor Leoni nel caso di questi tumori così particolari, come si procede normalmente?
“Lo standard è procedere con chemioterapia, in fase preliminare, poi con intervento chirurgico e poi con altra chemioterapia a cui però questi specifici tumori non rispondono bene”.
– Cosa avete studiato nel vostro progetto?

“Abbiamo verificato gli effetti di due farmaci immunoterapici: il durvalumab e il tremelimumab su due gruppi di pazienti: il primo gruppo – 18 pazienti – ha ricevuto l’immunoterapia e poi, anche con risposta positiva, stato comunque operato.
Nel secondo gruppo – 18 pazienti – si è proceduto con la sola immunoterapia senza ricorrere alla chirurgia, in caso di risposta positiva ai farmaci.
I risultati ottenuti sono stati sorprendenti: si è visto nel primo gruppo un miglioramento, dovuto all’immunoterapia, nell’ottanta per cento dei casi.
Nel secondo, a distanza di 12 mesi, si è constatata la scomparsa del tumore nel 64,2 per cento dei casi”.
– C’è la possibilità di sapere in anticipo se il tumore da cui si è colpiti ha le particolari caratteristiche richieste per seguire questa procedura?

“Innanzi tutto si deve identificare il tumore attraverso la profilazione immunoistochimica, se si intuisce che è presente l’instabilità dei micro satelliti bisogna confermare la diagnosi con un’altra indagine che si chiama pCR”.
– E le prospettive future?
“Io sono ottimista e penso che i pazienti selezionati in base alle caratteristiche che ho detto prima, potranno evitare l’intervento chirurgico ma, ribadisco, che sono necessari ancora molti dati e molti studi. “Infinity” è in fase due di sperimentazione, il prossimo passo sarà allargare la platea, comprendere fino in fondo i meccanismi di azione dell’immunoterapia, e poi serve tempo per capire se i pazienti non operati non svilupperanno recidive nel futuro“.
Alessandra Rissotto



