Il decreto legislativo 188, noto come decreto Cartabia, rischia di diventare un bavaglio all’informazione, perché “nega” il diritto di cronaca e l’accesso delle notizie. A distanza di due mesi dall’entrata in vigore della norma, i giornalisti si stanno accorgendo dei limiti introdotti e chi frequenta tribunali o comandi di carabinieri, finanza e questure incontra un freno alla divulgazione delle notizie. Secondo la riforma Cartabia il procuratore può convocare una conferenza stampa solo quanto giudichi la notizia di “pubblico interesse” e anche le informazioni che in passato venivano diffuse dalle forze dell’ordine devono essere preventivamente autorizzate dal procuratore. Dall’introduzione della norma le diverse procure lombarde vanno in ordine sparso e ci sono procuratori che hanno predisposto un decalogo sull’attuazione della riforma diffondendola alle forze dell’ordine. Una modalità che rasenta il ridicolo, quasi un ritorno al “ventennio”. Su questa linea non vengono più diffusi nomi degli arrestati che, secondo la legge, possono essere resi noti solo quando sia necessario per garantire un’effettiva completezza dell’informazione, e notizie che prima in autonomia le forze dell’ordine ritenevano meritevoli di essere diffuse ora vengono ‘bloccate’ dai procuratori. In questo contesto il lavoro dei giornalisti è penalizzato. C’è una censura preventiva, anzi la scelta delle notizie viene fatta dal procuratore e non dal giornalista. In questo contesto il sindacato dei giornalisti e l’Ordine cosa hanno fatto? Finora hanno chiesto correttivi nell’applicazione della riforma. Forse è tardi, sicuramente troppo poco. Perché i giornalisti si sono sempre fatti rispettare e su una legge così importante Ordine e sindacato avrebbero dovuto portare un contributo costruttivo, a difesa della professione, già nella fase di stesura della norma. Ma qui forse parliamo di un’altra epoca, quando i giornalisti avevano una forte rappresentanza e una loro forza all’interno delle istituzioni.
A.Pa.


