Dall’Iraq alla Siria passando per la Russia e il Messico, soprattutto in guerra ma anche in pace, dal 2003 sono stati uccisi nel mondo quasi 1.700 giornalisti. Un bilancio pesante denunciato da Reporters sans frontières che vede in testa negli ultimi anni Ucraina e Russia, l’una in guerra dal febbraio scorso e l’altra teatro di attentati alla libertà di stampa dalla salita al potere di Vladimir Putin.
In totale, negli ultimi 20 anni, 1.668 giornalisti – professionisti, pubblicisti e collaboratori dei media -, oltre il 95% uomini, hanno perso la vita svolgendo il loro lavoro, ovvero 80 in media all’anno. A dirlo è il rapporto redatto di Rsf. Segnati dalla guerra, Iraq e Siria dominano la classifica dei Paesi più pericolosi per la professione nel periodo 2003-2022, con un totale di 578 morti, oltre un terzo dei reporter. Seguono Messico (125), Filippine (107), Pakistan (93), Afghanistan (81) e Somalia (78). Gli anni più ‘bui’ per la professione risalgono al 2012 e al 2013, con rispettivamente 144 e 142 uccisioni legate soprattutto al conflitto in Siria. La curva dei numeri mostra, in seguito, una relativa stasi.
Quindi torna a salire nel 2022 con 58 giornalisti uccisi contro i 51 dell’anno precedente, a causa della guerra in Ucraina. Nel Paese dall’inizio dell’invasione russa di febbraio hanno perso la vita otto giornalisti. A questi aggiungono ai 12 giornalisti che erano stati assassinati nei 19 anni precedenti. Da qui il secondo posto dell’Ucraina nella classifica dei Paesi più pericolosi d’Europa, dietro alla Russia (25 morti in 20 anni). Infine, con otto morti registrate, la Francia risulta al quarto posto in Europa, dietro la Turchia (nove), conseguenza degli omicidi di Charlie Hebdo nel 2015.


