Ci ha lasciati il giornalista Marco Leonelli, ex direttore di Resto del Carlino, Giorno, Piccolo di Trieste, condirettore del Quotidiano Nazionale e vicedirettore della Nazione. La sua scomparsa ha suscitato dispiacere tra i colleghi.
Tra chi lo ricorda c’è Paolo Ermini, già vicedirettore del Corriere della Sera, che in un lungo post su Facebook ha scritto:
“E’ morto Marco Leonelli, per tre anni e mezzo -dall’agosto del 1988 all’inizio del 1992- mio direttore al Resto del Carlino. E’ un giorno di profonda tristezza, ma anche un giorno in cui riemergono dal tempo trascorso bellissime pagine di vita. Marco Leonelli era un giornalista di razza, tirato su a pane e stampa dal Cavaliere Attilio Monti, che ne aveva intuito le sue doti: la lealtà innanzitutto, mai avvilita nel servilismo. Un grande direttore, professionalmente e umanamente. In quegli anni il Carlino si faceva tutto a Bologna, compreso il notiziario nazionale. Quando scoppiò la prima guerra del Golfo ci organizzammo per tenere testa ai giornali più grandi e più forti. E ci riuscimmo, grazie a una task force che si occupava solo di quel conflitto, dalla mattina alle 3 della notte, quando Bush senior teneva le sue conferenze stampa. Nell’attesa si giocava a carte. Un’esperienza irripetibile che ancora mi emoziona. Con me un gruppetto di colleghi più giovani, bravi e perbene. “We few, we happy few, we band of brothers”. Roberto, Gianluigi, Marco, Francesco, Giorgio, Lorenzo… e l’altro Giorgio, Giorgio Corzolani, che ci ha lasciato anni fa. Alcuni sono ancora tra i miei amici più cari. Il direttore ci lasciava grande autonomia, ma vigilava. Memorabile la sua sfuriata quando dopo due giorni di guerra ci sorprese a discutere di geopolitica. Proruppe con tutta l’energia che aveva dentro: “C’è la guerra perdio, bombe e morte, e voi perdete tempo a fare i filosofi!” Aveva ragione. E quelle parole mi sono rimaste in testa. Mi sono servite. La cronaca era il suo sangue. Il giornalismo era per lui racconto. Le opinioni venivano dopo. L’unico che aveva chiaro come dovesse essere un giornale colto e popolare insieme. Ma come dimenticarsi dei pranzi alla trattoria della Croata, sulle colline bolognesi, insieme con il vicedirettore Mori e con il mitico Fausto Pezzato? Era un rito quotidiano al quale qualche volta io mi sottraevo perché avevo da fare in redazione. Marco non gradiva, per lui il giornale era come una famiglia. Che doveva avere un’ora di tranquillità. Per parlarsi liberamente, per capirsi meglio. Il nostro distacco fu doloroso per tutti e due. Lui mi aveva messo in salvo dai veleni fiorentini, ma il Corriere mi pressava da un anno e io capivo che sarebbe stato insensato resistere ancora. Da quel giorno ci siamo sentiti qualche volta. Ma poco. Conservo la Montblanc che una mattina mi fece trovare sulla scrivania come una reliquia. Una volta mi chiese di mettere per iscritto i ricordi degli anni vissuti al giornale. Non sono mai riuscito a farlo. La vita a volte sceglie per te. O forse non l’ho fatto perché temevo che fosse un diario di addio. E io non volevo che lui se ne andasse. Grazie Marco. Grazie per sempre”.
Foto da Quotidiano Nazionale


