Niente più schwa o asterischi nelle comunicazioni ufficiali delle scuole: la decisione arriva direttamente dal Governo attraverso una circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito per «ribadire che nelle comunicazioni ufficiali è imprescindibile il rispetto delle regole della lingua italiana», e dunque «segni grafici non conformi che rischiano di compromettere la chiarezza e l’uniformità della comunicazione».
La decisione del Governo
L’uso di segni grafici non conformi, come l’asterisco (*) e lo schwa (ə), è, secondo il Ministero, in contrasto con le norme linguistiche e rischia di compromettere la chiarezza e l’uniformità della comunicazione istituzionale. Una circolare molto sintetica, che riprende quanto affermato in passato dall’Accademia della Crusca che “Ha, infatti, più volte evidenziato che tali pratiche non sono grammaticalmente corrette e che il loro impiego, specialmente nei documenti ufficiali, ostacola la leggibilità e l’accessibilità dei testi. L’uso arbitrario di questi simboli introduce elementi di ambiguità e disomogeneità, rendendo la comunicazione meno comprensibile e meno efficace”. L’invito è quindi quello di mantenere l’uso di un linguaggio corretto e accessibile, nel rispetto delle norme linguistiche vigenti.
Schwa o asterischi: l’opinione dell’Accademia della Crusca
Sull’argomento, nel 2021, si era ampiamente espressa, come riportato direttamente dal Ministero, l’Accademia della Crusca, in un lungo articolo che con le sue conclusioni può essere riassunto: “È giunto il momento di chiudere il discorso. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti”. L’articolo completo è disponibile a questo link.


