Vediamo di restar vivi, finché lo siamo

Marco Gregoretti scrive su Libero di domenica 19 giugno un articolo intelligente e saggio, benché parli di psicologia.

Gregoretti ha capito una degli scopi dell’accumulazione seriale: il bisogno di compagnia di chi è oramai escluso da tutto il contesto sociale. Compagnia di oggetti per chi non ha più quella umana.

E ricorda la nostra tremenda e meravigliosa caratteristica: adattarci. Adattamento che le misure anti-Covid hanno incentivato, abituandoci a non incontrare gli altri, a vederli a distanza, eccetera.

Il campo si restringe, gli interessi bloccati si interrano, resta ciò di cui sente parlare chi ha la TV o  legge chi legge.

È il destino di molti vecchi, di molti ammalati, di molti isolati in luoghi distanti da tutto.

Ma anche di bambini e adulti che non hanno avuto accesso a realtà sufficienti a non cartaimpecorirsi in un mondo minuscolo, popolato dai vicini di casa e di parentela. Persone il cui mondo è popolato da pochi giganti: suocere, cognate, fratelli, sorelle, colleghi, compagni di scuola divengono indiscussi e indiscutibili protagonisti di vite in cui il narcisismo impera, e gli eventi sono pochi, parecchio interpretati a proprio danno e mai dimenticati. È così che molti eleggono una frase, un gesto, una parola, a Persecutore, o un’occhiata a Grande Amore, o un evento a Grande Paura, e ne fanno una fissazione con conseguenze imprevedibili, talora concretamente tragiche. Ed è difficile, spesso impossibile, ricordare a queste persona che il mondo è pieno di altri, di eventi, di arte, di. Persone, di Pensieri. Molti si rifugiano soltanto in azioni che richiedono prestanza fisica, e quando questa sminuisce sono persi, talora alla ricerca vana di una salute e di una giovinezza irraggiungibili.

Ricordiamo che la povertà del pensiero è preziosa per tutti i tipi di dittatura: non permette la critica e dà spazio esclusivo alla suggestione.

Per questo dobbiamo fare tutto – poco o tanto che sia – quello che possiamo per spargere semi di pensiero e di interesse per la cultura, soprattutto ai bambini e ai ragazzi, con una domanda, magari con una frase poetica, con un articolo di giornale. Anche cena, provocandoli con qualche riflessione arguta. Usando i giorni liberi per chiacchierare davanti a un quadro, per commentare un racconto, non come a scuola con i quadratini e la comprensione del testo, ma con vero interesse per riflettere con loro.

E quando si parla con i vecchi, invece che poche domandine banali, chiediamo il loro parere anche su eventi non personali, sulla guerra, sulla politica, sui ragazzi, sull’aborto…e se non saranno informati, informiamoli: che non scappino dal mondo mentre ancora ci sono!

Naturalmente tutto ciò vale anche per noi adulti: chiediamoci le stesse cose…

Federica Mormando

psichiatra psicoterapeuta