Come uccidere una professione (già colma di problemi). Visto l’andazzo, potrebbe titolarsi così un possibile manuale redatto dai componenti della maggioranza del Consiglio Nazionale Odg sui modi per affossare definitivamente l’attività giornalistica. Di sicuro il libro sarebbe il più venduto alla fiera dell’assurdo. Perchè illogica è la volontà dell’Ordine di modificare l’accesso alla professione, consentendolo solo a chi è laureato (varrebbe sia per i pubblicisti sia per i professionisti). Un’idea che non convince tanti colleghi che, dopo aver letto il nostro precedente articolo sulla questione, hanno scritto in redazione esprimendo il loro pensiero.
«Giulio De Benedetti – ricorda Marco Neirotti – direttore della Stampa dal 1948 al 1968, salutato alla morte (1978) come il Direttore dei Direttori, forse non aveva nemmeno il diploma. L’Ordine è al passo con i tempi?». «Moravia – sottolinea Domenico Nunnari – aveva la quinta elementare e fece un pre-esame per poter accedere all’esame per diventare giornalista. Per non parlare di Prezzolini che smise di andare a scuola per non permettere che quest’ultima interferisse sulla sua istruzione». Marina Maioli, invece, sostiene: «Mi sono laureata nel 1981 lavorando come correttrice di bozze. Ho frequentato l’Ifg e battuto tanti marciapiedi ai tempi della gloriosa “Grande Milano Costume” del Giornale di Montanelli. Non credo che la laurea sia la conditio sine qua non per essere un buon giornalista. Il problema è che mancano i maestri che avevamo noi».

«Da giornalista non laureato – afferma Antonio Bozzo – concordo con l’articolo pubblicato. Non ho neppure fatto il liceo, ma il Nautico, come gli scrittori Emilio Salgari e Vittorio G. Rossi». «Ma un non laureato – domanda Santino Fortino – può fare il politico, entrare in Parlamento e addirittura governare, e non può fare il giornalista?». «Ricordo – evidenzia Carletto Gaeta – un grande cronista di nera con più della licenza media. Perchè la professione s’impara percorrendo chilometri di marciapiedi, rispettando, in primis, le regole deontologiche della professione».
Ma l’Ordine, tutto questo, sembra non volerlo capire e si ostina a percorrere un vicolo cieco pieno di buche. Crede di nobilitare il nostro mestiere quando, invece, agendo così non fa altro che farlo naufragare in maniera definitiva. La proposta martedì scorso è stata illustrata da una delegazione dell’Odg, composta, tra gli altri, da Carlo Bartoli e Paola Spadari, a Palazzo Madama. Qualora venisse approvata in Parlamento, farebbe diventare il giornalismo un mestiere elitario. Interlocutori dell’incontro sono stati i senatori del Pd Filippo Sensi e Ylenia Zambito.

Pare un film già visto. Si ricorderà infatti come proprio dall’allora leader dei dem nonché presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fosse partita l’idea, poi purtroppo attuata, di ridurre drasticamente il numero dei pubblicisti all’Odg nazionale. La riforma era stata varata con il supporto di Roberto Rampi e Luca Lotti. Senza dimenticare che Filippo Sensi era il portavoce del premier. Ci sono tutti gli ingredienti per commettere un altro errore a danno della nostra categoria.
«Non richiedere un titolo di studio poteva avere senso nel dopoguerra», sostiene il presidente Bartoli, «oggi non è più giustificabile». E se l’obiettivo era discriminare quei colleghi che, pur essendo brillanti professionalmente, che non hanno frequentato gli studi accademici, ce l’hanno fatta. Evidentemente per loro è indice di incapacità. Per completare il capolavoro i vertici Odg intendo istituire anche una sorta di foglio rosa per i pubblicisti «che dovranno essere in possesso di una laurea di primo livello (triennale) come requisito per l’iscrizione all’albo».

L’Ordine, infine, vuole chiedere «che ci sia una sorta di evoluzione di modalità di svolgimento dell’esame di idoneità professionale. La prova dovrebbe approfondire pure campi come cronaca e linguaggio giornalistico, informazione multimediale, comunicazione digitale, utilizzo delle lingue straniere, analisi e impiego dei social». L’obiettivo della proposta «è qualificare l’intera attività professionale in modo che sia sempre al passo coi tempi, per rendere un grande servizio ai cittadini, offrendo un contenuto solido e non rischiando di dare messaggi sbagliati all’opinione pubblica». La mitica sora Lella avrebbe detto: «Ah, annamo bene, proprio bene»…


