Enzo Biagi, di certo non uno qualunque, non era laureato. E anzi, quando lo si chiamava «dottore» rivendicava il suo status di «solamente» diplomato. Enrico Mentana, bravo e preparato giornalista, direttore del Tg La7, e prima ancora del Tg5, di cui è stato uno dei fondatori nel 1992, nel suo percorso di studi si è fermato al liceo classico. Piero Angela, grande divulgatore scientifico e uomo di immensa cultura, interruppe gli studi universitari una volta assunto in Rai. Il famigerato «pezzo di carta» non lo prese mai. E come loro, potremmo citarne altri (Eugenio Montale, straordinario poeta del Novecento e per molti anni critico, inviato e editorialista del Corriere della Sera, per esempio, era un ragioniere innamorato della letteratura) che, nonostante non abbiano mai concluso (oppure mai iniziato) il percorso accademico, hanno avuto (e hanno, nel caso di Mentana) una brillante carriera giornalistica. Ci sono anche casi di colleghi famosi che si sono affacciati al giornalismo con il semplice diploma e hanno conseguito laurea in età avanzata.

Eppure oggi sembra che, senza laurea, la nostra professione non si possa praticare. Per carità, non si vogliono sminuire i colleghi che la conseguono. Anzi, studiare e apprendere è sempre un fatto positivo. Ma non è essenziale per fare il giornalista. Il nostro è un mestiere che si impara ogni giorno, un passo alla volta. Il percorso si potrebbe paragonare a quello dell’Arma dove il singolo militare entra da allievo carabiniere e, salendo di grado in grado, aspira al ruolo di generale. E lo stesso varrebbe, in teoria, per il giornalista che deve studiare le basi della professione nella bottega del giornale e, come requisito di base, deve avere frequentato un buon liceo, meglio se il classico. Poi la fetta più grossa sta nella pratica quotidiana. Certe nozioni che si acquisiscono sul campo le scuole di giornalismo non le insegnano. Il giornalista non ha bisogno di conquistare chissà quale sapienza, ma sapere raccontare un fatto. E per questo non sono necessarie lauree, master e simili, bensì buona volontà e ottima capacità di osservazione (anche se oggi si è persa l’abitudine di «battere i marciapiedi», ovvero uscire dalle redazioni per cercare le notizie, consumando le suole delle scarpe).

Evidentemente non la pensa così l’attuale Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, presieduto da Carlo Bartoli, che si ostina a voler modificare l’accesso alla professione. Una strana idea con la quale si vorrebbe imporre il conseguimento della laurea per diventare sia giornalista pubblicista sia professionista. Secondo questo ragionamento, anche gli studi di agraria (con tutto il rispetto) sarebbero sufficienti per essere un bravo giornalista. E comunque ribadiamo: saremmo curiosi di sapere quanti e quali sono in questo Consiglio i componenti laureati, diplomati o con la sola licenza media.
Inoltre, non ci si dimentichi della legge Gonella del 1963, istitutiva dell’Ordine, che non menziona la necessità di una laurea ma ritiene sufficiente la licenza di scuola superiore per praticare l’attività giornalistica. Per esempio uno dei (tanti) paradossi della nostra professione è il fatto che negli Enti pubblici il giornalista non laureato guadagna il 30% in meno di un collega laureato che svolge le stesse mansioni.
Diciamo dunque basta a questi tentativi di modificare, in peggio, la professione e invitiamo gli addetti ai lavori a tornare ad un giornalismo di qualità, che rispetti le vecchie regole di scrittura (come quella principale delle 5W: chi, che cosa, dove, quando e perché), sulla strada tracciata dai grandi maestri di un tempo.
I componenti del Movimento Liberi Giornalisti Giuseppe Gallizzi, Alan Patarga, Fabio Benati, Davide Bertani, Pierfrancesco Gallizzi, Paolo Pirovano, Aurelio Biassoni, Walter Todaro, Francesco Caroprese, Giancarlo Mariani, Roberto Di Sanzo, Diego Mandarà e gli altri membri Mlg


