La sanità pubblica è un bene prezioso. Non è una frase fatta ma realtà e chi ne è coinvolto lo prova sulla sua pelle.
Un farmaco antitumorale può costare fino a 4mila euro. Una cifra enorme che, senza il Servizio Sanitario, sarebbe impossibile per decine di malati. Solo questo dato fa capire quanto sia importante investire sulla sanità pubblica, difendendo la meravigliosa conquista che nel 1978 l’allora ministro Tina Anselmi riuscì a far approvare dal Parlamento.
Ecco perché è fondamentale capire, in questa settimana, come e dove si impegneranno le risorse del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza ( PNRR)
Ne abbiamo parlato con Filippo D’Aleo, infermiere all’ospedale San Gerardo di Monza, che ha lavorato in terapia intensiva e respiratoria nelle due ondate Covid.

-Lei è stato ad un passo dalla morte?
“Si, mi sono infettato durante la seconda ondata, sono stato intubato, pronato ma niente funzionava. L’ultima carta, per me, è stata attaccarmi ad una macchina che si chiama Ecmo, uno strumento che mette a riposo i polmoni fortemente compromessi dalla polmonite bilaterale, per il cui utilizzo occorrono medici e infermieri altamente formati. Mia moglie, anche lei infermiera al San Gerardo, e i miei due figli hanno vissuto giorni davvero strazianti. Sono stato a un passo dalla morte, sono tornato indietro”.
– In quel momento eravate chiamati eroi
“Già, proprio così, eravamo osannati. È stato, invece, curioso sentire, a pochissima distanza, quell’appellativo essere sostituito da “siete parte del sistema” e talvolta addirittura “assassini”.
– Dopo quell’esperienza, lei ha deciso di impegnarsi anche nel vostro sindacato NurSind?
“Sì, è arrivato il momento di combattere per i nostri diritti (i nostri doveri li conosciamo benissimo e lo abbiamo dimostrato). Parto da una considerazione: il PNRR nasce a causa di una emergenza sanitaria e dunque i fondi europei dovrebbero consentire alla nostra sanità di affrontare al meglio eventuali altre emergenze, senza voler parlare di pandemie. Ora, da quel che si sente, c’è persino il rischio che la sanità pubblica non riceva neppure gli stessi finanziamenti di prima della pandemia. Il che è una cosa assurda, significa non aver imparato quasi nulla da quello che ci è successo“.

– Qui non si tratta solo di investimenti in tecnologie ma soprattutto in personale?
“Certo, pensi che oggi formare un infermiere richiede una formazione di base di tre anni universitari che poi, per quasi tutti, proseguono per altri due con master di qualificazione. Per i medici si deve considerare una formazione da un minimo di 10 anni se non di più. Per questo serve una strategia di finanziamenti molto molto mirata”.
–E nel frattempo c’è una costante perdita di personale?
“Guardi, basta un esempio che riguarda la Lombardia, in questi anni molti infermieri e medici hanno lasciato le strutture pubbliche e sono passati in Svizzera“.
La riflessione è amara, da qui a 10 anni ci saranno tanti pensionati e pochi giovani che vorranno accedere ai corsi di laurea sanitari.
E dovremo ricorrere, come già accade, a personale che arriva dall’estero.
La nostra sanità pubblica merita di essere rafforzata perché anche se è un costo chiamiamolo pure a perdere, produce un bene che fino a ieri era impalpabile, il bene salute e la pandemia ci ha insegnato che senza la salute tutto si ferma.
Alessandra Rissotto



