Nella foto Walter Tobagi (il secondo da destra) con Giuseppe Gallizzi, Elio Vittorini, Maurizio Andriolo, Andriana Mulassano e Mino Durand durante una votazione per il rinnovo del Cdr del Corriere della Sera
Oggi, 28 maggio, ricorre il quarantaduesimo anniversario della morte del giornalista Walter Tobagi, ucciso barbaramente nel 1980 dalle brigate rosse vicino alla sua abitazione in via Solaino, a Milano. Aveva solo 33 anni, era sposato e padre di due figli. All’epoca Tobagi era una delle firme emergenti del Corriere della Sera nonché presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti. Conobbi Tobagi negli Anni Sessanta quando, ancora giovanissimo, venne a Sesto San Giovanni (Milano) nella redazione del settimanale “Il Nuovo Informatore” di via Fratelli Bandiera. Me lo aveva segnalato il direttore della Biblioteca di Cusano Milanino. Cominciò a scrivere i suoi primi articoli inviando al giornale cronache locali, come corrispondente di Cusano. Era un ragazzino simpatico, disponibile, bravo e cordiale. Poi, molti anni dopo, ci incontrammo di nuovo al Corriere della Sera riprendendo un rapporto di amicizia vero e ricambiato. Tanti ricordi, tanti aneddoti, tanti progetti. E la comune passione per il sindacato dei giornalisti. Con Giorgio Santerini e altri 11 colleghi fondammo Stampa Democratica. Walter Tobagi, inviato per le cronache della Politica, spesso la sera, prima di lasciare il giornale, veniva a trovarmi nella mitica “Redazione Lombardia” al piano terra dell’edificio di via Solferino. L’ultima volta, prima di venire assassinato, Walter aveva espresso timori per la sua incolumità. Tobagi, come si legge nel libro “Eravamo in via solferino” di Gallizzi e Sardelli– edizione Minerva- lavorava anche per dare una speranza agli altri partendo dai colleghi. Aveva scritto, in un famoso articolo, che i terroristi rossi “non sono samurai invincibili“. Quell’ articolo era stato per lui come un impegno che lo inchiodava ad un certo modo di fare giornalismo: un giornalismo senza sé e senza ma, in cui la ricerca della verità era un dovere etico, cui il cronista doveva consacrare tutto, anche la vita. Perché per lui, Walter, la vita di un cronista era la “verità”. Senza l’urgenza della verità non valeva la pena di essere vissuta. Del ragazzo, Walter Tobagi, aveva anche l’idealismo. Sognava un mondo migliore, più equo. Forse in tutto questo c’era un’istanza spirituale che lo portava persino a tributare un granello di ragione ai brigatisti, a comprendere una parte di quelle richieste che esprimevano con un linguaggio confuso e con metodi criminali. La prospettiva di Tobagi era diversa. Era quella del cristiano nutrito di una solida cultura e di una bontà d’animo che gli valevano il rispetto di tutti quelli che lo avvicinavano. Forse del cristiano aveva anche la vocazione del martire, pur nel dolore di lasciare quelle persone, la moglie Marisella, i figli Luca e Benedetta, che avevano bisogno di lui.

Pubblichiamo integralmente il testo a lui dedicato nel libro “Eravamo in via Solferino”, edito da Minerva, di Giuseppe Gallizzi e Vincenzo Sardelli.
“Nel 1980 c’è soprattutto un’immagine che riempie di commozione e fa il giro del mondo: la foto del direttore del Corriere Di Bella in ginocchio, in lacrime, accanto al cadavere di Tobagi, mentre il vicedirettore Barbiellini Amidei si fa il segno della croce. Tobagi era un giovane di appena trent’anni. Sembrava un veterano quanto a conoscenza del mestiere, ma conservava del ragazzo quell’audacia e quel minimo di spavalderia che lo portavano a non curarsi del pericolo, ad andare a capo fitto sulla notizia e a scavare per fare luce sulla realtà. Lavorava anche per dare una speranza agli altri, partendo dai colleghi. Aveva scritto, in un famoso articolo, che i terroristi «non sono samurai invincibili». Quell’articolo era stato per lui come un impegno che lo inchiodava a un certo modo di fare giornalismo: un giornalismo senza se e senza ma, in cui la ricerca della verità era un dovere etico, cui il cronista doveva consacrare tutto, anche la vita. Perché, per lui, la vita di un cronista era la “verità” e senza l’urgenza della verità la vita non valeva la pena di essere vissuta. Del ragazzo, Walter aveva anche l’idealismo. Sognava un mondo migliore, più equo. Forse in tutto questo c’era un’istanza sociale che lo portava persino a tributare un granello di ragione ai brigatisti, a comprendere una parte di quelle richieste che i brigatisti esprimevano con un linguaggio confuso e con dei metodi criminali e cruenti. La prospettiva di Walter era diversa. Era quella del cristiano nutrito da una solida cultura e da una bontà d’animo che gli valeva il rispetto di tutti quelli che lo avvicinavano. Forse del cristiano aveva anche la vocazione del martire, pur nel dolore che sentiva temendo di lasciare quelle persone, la sua famiglia in primis (la moglie Maristella, i figli Luca e Benedetta), che ancora avevano bisogno di lui. Di Bella e Barbiellini Amidei scrissero nell’editoriale del giorno dopo che era morto “un cronista buono”. Nella loro incapacità di cadere anche solo per un istante nella retorica, nella forza del dolore che strozzava loro le parole in gola, c’era la stessa umanità di quella foto in cui guardavano, esterrefatti, la vita spezzata di Walter, la biro azzurra che gli era uscita dal taschino della giacca, e quelle scarpe con la suola consumata. Come un povero ragazzo qualunque. La biro, la suola consumata, il corpo riverso: c’erano tutti gli ingredienti di un giornalismo eroico, votato al sacrificio”.


