La mobilitazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana per Julian Assange è al centro di un critico post pubblicato su Facebook (https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid02hYsgThnRrpyeza1Piitk6QLTRfedFezXLRvoVfj1568pV9AnVVDaoBh4Nj3AzHkRl&id=100063778233059) dal giornalista Walter Todaro. Lo proponiamo integralmente.
Un antico proverbio orientale dice che quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito. Ma luna e dito appartengono a due dimensioni diverse, a due mondi differenti. È l’impressione che si ha leggendo la notizia che la FNSI, cioè il sindacato dei giornalisti, ha pensato bene di impegnarsi nella campagna internazionale “La mia voce per Assange”, inteso come Julian Assange, cioè per un “non giornalista”.
È la firma sulla resa del sindacato dei giornalisti. In Italia i free lance guadagnano meno di 10mila euro (lordi) all’anno, 800 euro (sempre lordi) scarsi al mese. In Alabama, nel 1850, uno schiavo agricolo costava 1.500 dollari (circa 30.000 dollari in valuta corrente). Ma per la FNSI il problema dell’informazione è “dare voce a” Julian Assange (come se non ne avesse già abbastanza). “Voce” non ne hanno invece oltre 44mila giornalisti pagati “a pezzo” che il sindacato dovrebbe difendere. Sono i rider dell’informazione (meno tutelati dei rider “veri”), i nuovi «schiavi agricoli» dell’Alabama. Sono costretti a correre dietro a molte collaborazioni (come i “veri” rider), sempre molto incerte, con diverse testate per mettere insieme uno stipendio decente e spesso contribuiscono in modo decisivo a fare stare in piedi giornali, radio, televisioni e siti web.
Una situazione di “precarietà permanente” che incide negativamente sulla qualità dell’informazione e, quindi, sul quadro democratico del Paese. E qui si apre un enorme problema di credibilità, che è il «patrimonio» più importante per i giornalisti. Una mancanza di fiducia che non nasce con la Rete. In Italia le vendite in edicola dei quotidiani si sono dimezzate rispetto a 20 anni fa. Nel 1996 il Corriere della Sera vendeva 647 mila copie. Venti anni dopo nel 2015, sono scese a 155mila. 492 mila lettori sono scomparsi. E mentre la rivoluzione tecnologica indica la luna, il sindacato guarda il dito e mette le sue forze e le sue risorse a disposizione di una campagna a favore di un “non giornalista”. O di un hacker, se preferite.
Puntare il dito su un nemico esterno non serve a nulla. Non possiamo cavarcela mettendo le fake news, i social o i governi brutti, sporchi e cattivi che perseguitano chi viola i sistemi informatici sul banco degli imputati. Non solo loro ad aver affossato la fiducia nei giornalisti. Siamo noi. Dobbiamo guardare al «friendly fire», al fuoco amico. Non saranno un hastag o un flash mob sulla libertà di Julian Assange a salvarci. P.s. Il 2,3,4 e 5 dicembre i giornalisti voteranno per rinnovare le cariche della FNSI. Se vi va bene il sindacato di Assange non andate a votare.
Walter Todaro



