Milano, al Circolo Filologico di via Clerici arriva l’evento ‘Ai milanesi ghe pias el giazz’

Mercoledì 12 ottobre 2022 alle ore 18 nella Sala Liberty del Circolo Filologico Milanese di via Clerici 10 a Milano arriva l’evento “Ai milanesi ghe pias el giazz”, organizzato da Edoardo Fiorini, fondatore e presidente dell’Associazione PaLiNUro (Pazienti Liberi dalle Noeplasie Uroteliali). Sull’iniziativa il sito online ultimaparola.net pubblica un interessante servizio a cura della giornalista professionista Marcella Baldassini.

Riprendiamo il testo integrale dell’articolo:

Nel capoluogo meneghino sbarca l’evento jazz “Ai milanesi ghe pias el giazz”, organizzato da Edoardo Fiorini, fondatore e presidente dell’associazione PaLiNUro (Pazienti Liberi dalle Noeplasie Uroteliali) www.associazionepalinuro.com. Imprenditore e manager, appassionato di musica. Da diversi anni si occupa di progetti musicali e quest’anno è la volta del jazz che onora con un libro, di cui è l’autore, che raccoglie interviste e ricostruisce la storia del jazz a Milano dal dopoguerra fino ai giorni nostri. Il progetto comprende anche la realizzazione di un doppio cd che è la rappresentazione sonora della storia del jazz realizzata attraverso gli “Standard” più popolari…in dialetto “milanese”, tradotti dalla poetessa Paola Cavanna.

Noi di ultimaparola.net abbiamo avuto il piacere di intervistare alcuni musicisti protagonisti della serata, Paolo Cattaneo, musicologo, docente e musicista, che lavora in ambito linguistico-musicale e musicoterapico, e Giovanni Monteforte, musicista e compositore. L’occasione di incontrarli ci ha permesso di parlare di questa musica e di coglierne gli aspetti non solo linguistici ma anche semantici e di capire quanto sia importante la musica e in questo caso, il jazz, come veicolo di educazione, di crescita personale e di cura per le persone.

Come è nata questa iniziativa?

R. Cattaneo: Questo evento nasce dall’associazione Palinuro che si occupa di malati oncologici. E’ un evento che collega l’associazione alla realtà milanese dove noi ne rappresentiamo una parte, quella del jazz. Milano ha una grande tradizione jazzistica, basti pensare a quanti musicisti ne fanno parte. Possiamo citare molti locali che hanno dato spazio a questa musica, il Capolinea e oggi il Blue Note di fama nazionale e internazionale. E’ una iniziativa a scopo benefico e la mission è quella di associare il jazz con questa dicitura dialettale “Ai milanes ghe piase il jazz”, di far capire e avvicinare agli ascoltatori del jazz anche alla cura delle patologie oncologiche.

Si è sempre interessato di musicoterapia, dell’effetto che la musica ha sui malati. La musica coinvolge la persona nella sua totalità: psicocorporea- ritmo, affettivo emozionale – melodia, cognitiva – armonia. Cosa significa?

R. Cattaneo: Vedere la persona nella sua totalità, focalizzando i tre ambiti che vanno a costituire la persona in quanto soggetto attivo. Il ritmo ad esempio, stimola la risposta psicocorporea. Quante volte abbiamo provato la sensazione di battere il piede durante un motivo. Esempio: anche nello swing, o battere le mani quando sentiamo un motivetto, un concerto o anche nella musica di grande tradizione come nella Marcia di Radetzky (di Johann Strauss I). La musica è fatta poi di melodia che va a coinvolgere le parti più profonde del cervello, nelle zone limbiche e viene custodita gelosamente nella memoria per cui un malato di Alzheimer o di una sindrome affine a questa malattia anche se dimentica molto della sua vita o non riconosce i familiari può ricordare una melodia. Quindi vuol dire che la melodia va a strutturarsi nelle parti intime e profonde e va a occupare quelle sedi dell’affettività che rimangono in vita anche quando la malattia è molto aggressiva. La melodia costituisce un tratto distintivo dell’esperienza musicale. Se, infatti, devo farti riconoscere una canzone, non ti faccio sentire gli accordi o il ritmo, ma ti canto la melodia. Gli accordi sono invece la parte più matematica della musica, perché quando sentiamo due o più suoni insieme, il nostro cervello inizia a fare di conto. La definirei una sorta di matematica emozionale. Quando io creo un accordo, il cervello di ciascuno di noi è portato a instaurare un rapporto non solo qualitativo ma anche quantitativo con le frequenze. Ecco perché una consonanza ci dà una sensazione di riposo e invece una dissonanza ci induce all’inquietudine. Quindi le tre cose insieme, ritmo, armonia, melodia, vanno a stimolare la persona nella sua totalità. Quando diciamo che una persona è sana, quando si muove agevolmente, quando prova emozioni, quando instaura delle relazioni e quando è in grado di produrre un pensiero. La musica stimola tutte queste cose e quindi la persona nella sua totalità.

Si definisce un musicista tradizionalista e antirevisionista per quanto riguarda il linguaggio e l’estetica del jazz. Mi spieghi questo concetto?

R. Monteforte: Il jazz nel suo periodo d’oro era un’avanguardia e questa cosa è piaciuta molto ai musicisti e alla gente. Non ci si rassegna al fatto che ora il jazz non è più avanguardia ma tradizione e come tutte le forme d’arte, ha fatto il suo tempo. Ma quello che è importante è che come tutte le tradizioni va conservato e tramandato. Oggi il vero jazzista, a mio avviso, è un militante che deve essere impegnato nel tramandare i veri valori tradizionali del jazz. Mi spiego meglio. In un mondo affetto dal consumismo, vogliono far rientrare nel jazz qualsiasi forma musicale. Per distinguere il jazz, però, ci sono due aspetti linguistici ed estetici. Gli aspetti linguistici sono lo swing che è un modo di tenere il tempo terzinato con gli accenti sul levare, sul due e sul quattro, poi ci sono le blue note che danno la connotazione nera della musica, poi il timbro. Come dice Gunther Schuller”. Il suono del jazzista non si compra al negozio insieme allo strumento”, ma è il prodotto di anni e anni di maturazione sul suo suono e sul suo strumento, e questo è vero anche per la musica classica. La regolazione di tastiere e pedali, come ad esempio nella musica rock, fanno in modo che il suono non sia più il timbro del musicista come persona in carne e ossa, ma diventa artificio del suono stesso, perché prodotto da uno strumento tecnico. Il linguaggio stilistico del jazz è invece quello di essere legato strettamente all’essere umano e non all’artificio. Inoltre, la musica è semantica, nel senso che trasmette dei valori sempre ancorati al periodo storico in cui è nata, così detti contenuti semantico-culturali. Anche il jazz trasmette dei valori. Nacque nel periodo storico-sociale in cui esisteva la lotta contro l’apartheid e la politica di sfruttamento razziale e di classe dei neri. Oggi come ieri, l’alienazione generale nel mondo contemporaneo non coinvolge solo i neri, ma tutta l’umanità, e trova nel jazz una forma di comunicazione universale. Questo dà particolarmente fastidio alla politica. Il jazz fa paura perché è libertà, lo diceva anche in una recente intervista, Sonny Rollins. E’ per questo motivo che si tende a revisionarne il messaggio linguistico e semantico ed per questa ragione che è necessario conservare e tramandare la tradizione.

R. Cattaneo: Volevo sottolineare che il jazz ha degli stilemi linguistici, bisogna sgombrare il campo da fraintendimenti. Dobbiamo sfatare il mito che il jazz sia una musica solo intuitiva, perché si può improvvisare ma non è così. Anche in relazione al fatto che viene percepita essenzialmente sul piano dell’improvvisazione. Ha un profilo strutturale e tra l’altro dove l’interazione tra melodia e armonia è strettissima, usiamo il termine armolodia (espressione musicale, n.d.r.) che significa sintetizzare coerentemente la struttura armonica con quella melodica. Tende a ridurre l’improvvisazione all’utilizzo delle scale, ma è, invece, una sintesi melodico-armonica, dove il l’intenzionalità del musicista manifesta un piglio personale efficace. E questo è quello che differenzia i grandi jazzisti da quelli mediocri.

Siete amici da tempo. Vi siete conosciuti sull’onda del jazz?

R. Cattaneo: E’ il jazz che ci ha fatto diventare amici. Si, ci siamo conosciuti nel locale “I Tri Basei”. Avevamo 20 anni e andavamo a lezione da Joe Cosumano. Io ero lì per caso e Giovanni mi aveva invitato a fare un pezzo musicale con la chitarra.

Che jazzisti vi definite?

R. Cattaneo: Io mi definisco un jazzista da camera, nel senso che io amo l’intimità. Io amo il jazz suonato con le chitarre acustiche, con un contrabasso acustico davanti a un piccolo gruppo di persone, dove si può anche parlare per far partecipare il pubblico all’esecuzione dei brani e agli aspetti percettivi e educativi-relazionali. La cura è cultura e la cultura è cura, soprattutto in questi tempi difficili

E lei Giovanni?

R. Monteforte: Mi sento molto malleabile. Come per Paolo, non mi piace la musica urlata. Mi piace quella riflessiva come il Cool jazz. Ho ascoltato molto Charlie Parker, poi Lee Konitz, e molti chitarristi come Jimmy Raney, Tal Farlow e Billy Bauer. In molte situazioni mi sento diverso, alcune volte mi sento mainstream, in altre free, in altre cool. Non ho pretese di pedigree.

Qual è il futuro del jazz? Come lo si vive in Italia rispetto all’estero?

R. Monteforte: Il futuro del jazz è anche una questione politica. Il jazz è cultura e arte. Viviamo in un periodo storico in cui il capitalismo che domina il mondo tende a distruggere la cultura e l’arte. Le tradizioni e la sovranità dei popoli e la loro identità sono messe in discussione da questa globalizzazione che è l’estetica dell’insignificanza, dove tutti sono uguali e nessuno è se stesso. E’ nato un movimento sovranista che si oppone al globalismo mondiale.

R. Cattaneo: Abbiamo un capitale enorme che è la musica. Essa ci offre uno spazio alla creatività e alla spiritualità e ci sottrae a un processo di onticizzazione (come esistenza singola determinata nel tempo e nello spazio, n.d.r.). L’uomo sta diventando sempre più cosa e sempre meno persona. La musica potrebbe fare molto per frenare questo processo degenerativo della parabola esistenziale della persona. In Italia c’è una discreta sensibilità rispetto alla musica, per esempio, rispetto all’ascolto. La musica è una disciplina meravigliosa per imparare ad ascoltare e a costruire una relazione di ascolto, anche perché viviamo nella società dell’immagine dove siamo sempre stimolati al vedere ma non all’ascoltare. Viviamo in una società monosensoriale, per cui è importante e necessario sviluppare ed educare con la musica all’ascolto. E poi la musica coinvolge il cervello a 360°, basti pensare a una canzone, la parola si forma nell’emisfero sinistro e la melodia nell’emisfero destro. Quando noi cantiamo facciamo lavorare entrambe gli emisferi cerebrali. Per concludere, nasciamo tutti cantanti e ascoltatori fin dall’utero materno e quindi è importante rieducarci all’ascolto che abbiamo in parte, perduto.

Presentazione: Mercoledì 12 ottobre 20222, ore 18, Circolo Filologico Milanese, Sala Liberty. Via Clerici 10, Milano.

Info: 0286462689, www.filologico.it

Serata musicale: Lunedì 17 ottobre 2022, ore 20,45

Teatro Bruno Munari- Teatro Del Buratto, via Giovanni Bovio 5, Milano.

Donazione minima 10 euro, l’incasso sarà devoluto all’Associazione PaLiNUro

Marcella Baldassini