Il mio Iran: i campi di iris azzurri oggi sono rossi di sangue. La musicista Alessia Cotta Ramusino racconta la sua infanzia

Da mesi un fiume di sangue attraversa le città dell’Iran in rivolta contro il regime degli ayatollah. “Sono attonita, senza fiato“ ci dice Alessia Cotta Ramusino, musicista, cantautrice, nata a Genova ma vissuta per molti anni in Iran.
Figlia di un geologo, nel 1974 si trasferisce con la famiglia a Birjand, ai confini con l’Afganistan  al seguito del padre che lavorava per Iri- italstrade.

“Lo Scià aveva intrapreso un programma di modernizzazione del paese per cui gli accordi con IRI erano fondamentali nel progettare e costruire  strade che, in un territorio così immenso,  congiungessero le città, almeno quelle più importanti.

– Quanti anni avevi?

“Avevo sei anni ma ricordo perfettamente quel clima pieno di attese e di fermenti, il desiderio di diventare un paese evoluto che allora si respirava.
Tutto questo pur tenendo conto delle differenze di costumi che c’erano fra Birjand dove stavamo e la capitale Teheran, da noi di minigonne non se ne vedevano certo, le donne usavano lo chador come le afgane.
La mia famiglia ha incontrato molte volte lo Scià che, accompagnato dalla seconda moglie Farah Diba e dal giovane figlio Ciro, aveva l’abitudine di farsi vedere anche nelle regioni più lontane, come la nostra,  per far sentire alle popolazioni la vicinanza della corona”.

– Era una fase che si può definire moderna?

Si ricordo, ad esempio, che fu vietato il lavoro dei bambini, costretti per ore a tessere tappeti perché solo le loro piccole mani o quelle delle donne potevano usare quei telai, furono creati degli orfanatrofi,  gli ospizi per i vecchi che prima erano abbandonati per le strade. E poi sempre a quell’epoca risalgono le scuole e le principali Università”.

-Eppure anche quel regime alternò spinte modernizzatrici a spietate repressioni contro gli oppositori politici e religiosi. Quando hai capito che il clima stava cambiando?

“Un po’ prima del 1978  la paura aveva cominciato a diffondersi tra la gente, il malcontento e l’inquietudine si percepivano chiaramente, si cominciavano a togliere le immagini dello Scià e poi quell’inquietudine esplose nelle rivolte tra  il ‘78 e il ‘79 che portarono al regime islamico. Noi fummo tutti rimpatriati”.

– Facciamo un passo indietro. Ci sono memorie particolari di quella tua infanzia?

“ Innanzi tutto i 13 giorni di festa di Nowruz che é per i popoli persiani il loro Capodanno. Coincide con l’equinozio  di primavera  e quindi con la ripresa del ciclo della vita.
E poi una vicenda che mi ha coinvolta quando avevo otto anni: una famiglia, imparentata con lo scià, mi ha richiesto in sposa, secondo gli usi locali che prevedevano una scelta precoce e il matrimonio da consumarsi alla maggiore età della ragazzina”.

– E i tuoi genitori come hanno reagito?

“Mio padre un po’ bruscamente, mia madre che parlava un ottimo francese spiegò che non era nella cultura e nel  costume italiano accettare proposte così premature”.

-Quale immagine dell’Iran ti è rimasta negli occhi?

“Mi portarono in mezzo nella steppa e correndo dietro le dune mi trovai all’improvviso di fronte ad una distesa azzurra: credevo fosse  il mare erano invece campi infiniti di iris blu che ondeggiavano alla brezza leggera”

– Gli iris hanno voluto dire molto nella tua attività artistica?

Devo molto a quella visione stupenda, tant’è che la mia prima composizione  si chiama “ Iris fiels” e contiene le ballate di quel paese che mi sono rimaste dentro. Ce n’è una in particolare “Nemidunam” che in farsi significa non lo so, non lo so perché non esistono ragioni alle guerre, non esistono ragioni agli eccidi, non esistono ragioni al farsi male gli uni con gli altri.
Nemidunam chiude con questa frase : la medaglia che porti sul petto é il giocattolo del bambino che hai ucciso”
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Alessandra Rissotto