Eravamo in via Civitavecchia. Amarcord del giornalista e scrittore Antonio Bozzo

Amarcord del giornalista Antonio Bozzo, già firma del Corriere della Sera e caporedattore del settimanale ‘Sette’, nonché attuale collaboratore del ‘Giornale’, che su Facebook ha pubblicato una foto (tratta dalla pagina ‘Milano sparita e da ricordare’) scattata da via Civitavecchia (oggi via Rizzoli), che ritrae via Palmanova, a Milano, negli anni Sessanta. In questa zona del capoluogo lombardo avevano sede le redazioni di numerose testate della Rizzoli. “Qui – ammette il collega – ho trascorso i migliori anni della mia vita professionale”.
Pubblichiamo integralmente il suo post.

Via Palmanova a Milano, negli anni Sessanta. In una strada parallela, che si chiamava prima via Civitavecchia, poi via Rizzoli, ho trascorso i migliori anni della mia vita professionale. Nel palazzo Rizzoli, ora demolito, c’erano le redazioni di numerose testate (e lo stabilimento che stampava libri e rotocalchi), giornalisti famosi o felicemente sconosciuti, direttori di polso, professionisti dell’arte tipografica, maghi del marketing e della pubblicità, uomini di valore che gestivano il personale (un nome: Alberto Musazzi, che ho ritrovato da poco in Riviera), signore della moda, fotografi bravissimi. Ora è tutto dietro le spalle. Molti hanno passato la soglia dell’esistenza, a tratti compaiono nei ricordi, nella luce falsata propria delle rimembranze. Entrai in Rizzoli nel 1979, proveniente dalla scuola di giornalismo e da sei anni al Giorno, con direzione Gaetano Afeltra. Mi ero fatto le ossa nell’ufficio correttori e collaborando con le pagine degli spettacoli, dove siglavo qualche recensione di film minori, lavori teatrali scartati dai critici togati e financo esibizioni circensi, di malinconici circhi secondari, piantati nelle nebbie periferiche. In Rizzoli cominciai da Novella 2000, direzione Willy Molco, con vice Maria Venturi.

Antonio Bozzo

In quel settimanale, allora potente, lavorai a lungo, salendo i gradini della carriera e imparando i trucchi del mestiere da direttori quali Sandro Mayer, la già nominata Venturi, Federico Andreoli, Guido Carretto, Carlo Palumbo. Poi, dopo una breve parentesi in Rusconi, venni reclutato a Sette (supplemento del Corriere della Sera), con Paolo Pietroni direttore. E in seguito, dopo una parentesi un po’ più lunga in Condé Nast (mi piacciono le parentesi), tornai in Rizzoli ad Amica, direzione Giovanna Mazzetti, e di nuovo a Sette, direzione Claudio Sabelli Fioretti, per poi dirigere Tv Sette del Corriere e infine entrare nel Corriere della Sera quotidiano, dove ho avuto come direttori Stefano Folli e per due volte Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli. Riallineo le tappe del mio lavoro giornalistico, e me ne scuso, per tornare con la memoria a un luogo: la Rizzoli di via Rizzoli, fermata metrò Crescenzago, o Cimiano, quando sentivo necessario mettere qualche centinaio di metri a piedi, per riordinare i pensieri, prima di salire lo scalone e raggiungere la redazione. Quel palazzo sbriciolato mi è rimasto dentro più dei corridoi di via Solferino. Perché sono quel lontano tempo, quei treni della metropolitana che scivolavano in superficie, quegli alberi del vicino parco Lambro, quelle trattorie nel verde, quei colleghi al caffè, quelle auto parcheggiate malamente nei pressi delle case minime, quell’edicola gonfia di carta davanti a un bar sporco e fumoso che forse rimpiango. Eravamo giovani, e non lo sapevamo. (La foto è tratta dalla pagina Facebook “Milano sparita e da ricordare”).