Grande successo e partecipazione per la ventiduesima edizione di ‘Parolario’, manifestazione culturale comasca dedicata ai libri, conclusasi ieri, domenica 18 settembre 2022. La rassegna era quest’anno dedicata a Dino Buzzati, giornalista, per anni grande firma del Corriere della Sera, e scrittore scomparso 50 anni fa, il 28 gennaio 1972. L’evento, svoltosi alla Villa Bernasconi di Cernobbio, ha registrato la presenza di tanti giornalisti: da Erica Arosio a Giorgio Maimone, da Fabrizio Carcano a Paolo Maggioni fino a Gianni Biondillo che hanno descritto la figura dell’autore del ‘Deserto dei Tartari’.
Pubblichiamo un resoconto dell’evento condiviso su Facebook dal giornalista Giorgio Maimone:
Erica ed io, assieme a Fabrizio Carcano, Paolo Maggioni e Gianni Biondillo abbiamo partecipato ieri sera a Parolario: “Scusi, da che parte per piazza del Duomo?” Tra vita e narrativa nella Milano di Dino Buzzati. Ecco alcune cose che abbiamo detto o che avremmo voluto dire, nel tracciare il nostro debito di riconoscenza con lo scrittore e il giornalista.

In realtà il nostro tributo più sentito a Dino Buzzati sta in un libro ancora inedito che, guarda caso, si intitola “La Nera”, esattamente come la raccolta di articoli di cronaca nera scritta da Dino Buzzati nei suoi quasi 50 anni di presenza costante sulle pagine del Corriere della Sera. Protagonista del libro, nel nostro caso, è un giornalista, Michele Casali, che si occupa di cronaca nera per le pagine di un giornale milanese inventato: “Il sorpasso”. Il nostro Michele Casali deve molto a Buzzati, soprattutto nel modo di intendere il giornalismo che è un ponte tra letteratura e cronaca. Buzzati, diciamolo subito, non è un giornalista canonico di stampo britannico: le cinque W (chi, cosa, quando, dove e perché) non gli appartengono, preferisce lavorare miscelando, in modo accuratissimo, realtà e fantasia e, dato non secondario, sulla pagina lui non scompare, anzi, è presente in prima persona. Una parziale anomalia nel modo giornalistico di allora (altri ce n’erano che si raccontavano in prima persona), ma la sua diversità stava anche nel miscelare realtà e fantasia in modo accurato.

I fatti in sé non bastano, anzi, a volte confondono la realtà. La cronaca nuda e cruda non riesce a descrivere l’orrore. E allora qui c’è bisogno dell’intervento dell’autore, non per trasformare la realtà, ma per renderla ancora più comprensibile. Quel tratto di realismo magico che circonda i migliori racconti di Buzzati, pervade anche il suo mondo giornalistico, quasi rendendo trasparente al lettore anche il mondo interiore dei personaggi di cui si parla.
Un esempio? Quando parla di Rina Fort, la belva di San Gregorio, Buzzati scrive
“Quando ci si trova sull’orlo di un abisso non si finirebbe mai di guardare in giù, nel fondo: dentro a noi, un’oscura voce chiede: e se io precipitassi? Un po’ lo stesso avviene dinanzi a delitti come questi: e a me, ci si domanda, non potrebbe succedere anche a me di perdere la testa?”

Il secondo legame evidente tra la nostra scrittura e quella dell’autore del Deserto dei tartari è quello relativo al rapporto con la città di Milano. Come tutti i non milanesi, Buzzati aveva adottato la nostra città e si era fatto da lei adottare. Diceva un mio amico poeta che i maggiori innamorati di Milano sono quelli che sul suo suolo non ci sono nati. Così è stato per Buzzati, così è per la mia coautrice che è di Affori, Corpi Santi, extra moenia. Da un lato, per Dino c’è la “città famosa, la metropoli, la capitale dell’industria, romanzesco scenario di stabilimenti sterminati, grattacieli, luci folli, cateratte di macchine, eserciti di ragazze stupende e facili, cinema, luna park, Milan-Inter, la vita, insomma”, dall’altro la Milano dei lavoratori modesti e degli immigrati, in cui “le case si ingorgano, la promiscuità si fa più densa e fastidiosa, gli animi nella frizione e nell’usura quotidiana si riempiono a poco a poco di veleno” in “decine di questi piccoli appartamenti popolari in case nuove e seminuove”.

Il mio ricordo particolare di Buzzati risale poi a 50 anni fa: all’esame di maturità il libro portato era “Un amore”, l’ultimo grande romanzo del nostro. C’era una frase che mi porto dentro da allora: la storia, la conoscete tutti, è quella di Antonio Dorigo, architetto quasi 50 enne che si innamora per la prima volta, e si innamora di una prostituta, Adelaide, detta Laide, minorenne e ballerina alla Scala.

A un certo punto Dorigo ritorna a casa e vede Adelaide di spalle che, credo, stava cucinando qualcosa o trafficando in cucina: “dall’espressione della nuca capii che stava sorridendo”. Ecco, ancora 50 anni dopo io non ho capito che espressione può assumere una nuca.


