L’oro verde delle valli di Imperia: l’olio taggiasco da ammirare e gustare

Nella scuola elementare di Lucinasco, entroterra di Imperia, Enrica, nove anni, è la sola bambina italiana, i suoi sei compagni sono cinque albanesi e un moldavo. Sono i figli di chi molti anni fa è venuto fin quassù per lavorare gli ulivi, siamo al confine tra l’alta Val Impero e il Piemonte. I bambini vanno d’accordissimo e danno il senso della vita a questo borgo,  che pare uscito da un libro illustrato. Tenuto con grande accuratezza, anche la politica qui fa la sua parte, Marilena Abbo, sindaco, ci tiene molto e ha avviato il risanamento di costruzioni che cadevano a pezzi.
Le casette, con tante finestre chiuse, hanno però un aspetto molto ordinato e, cosa ancor più impegnativa, sono in ordine i muri a secco e gli archi che risalgono al 1100. Resistono anche attività e artigianali e sono fiorenti le aziende olivicole, una decina: il loro peso economico sul territorio è rilevante.

Cristina Amato Devia


Abbiamo intervistato  Cristina Armato Devia, erede di una azienda centenaria, che ha saputo coniugare la tradizione con le nuove tecnologie.
“ Ho voluto integrare la coltivazione degli ulivi e la produzione d’olio con l’apertura di un agriturismo dove arrivano clienti da tutto il mondo, giapponesi, arabi, americani,maltesi europei. Vogliono vedere come si coltiva l’oliva taggiasca per capire se anche nelle loro terre sia possibile coltivarle”.

– Anche le vostre piante hanno subito l’attacco della xilella?

“I nostri ulivi sono praticamente resistenti quindi non abbiamo riscontrato nessuna anomalia.
Comunque la Regione e il Centro di sperimentazione e assistenza agricola  fanno periodicamente analisi microbiologiche su tutte le colture presenti nel territorio
”.

– Cosa distingue l’olio che si ottiene  da olive taggiasche da altre produzioni?

“Si distinguono soprattutto dal sapore, nella taggiasca senti il carciofo, la mandorla, il pinolo e altre piante aromatiche. Da quest’anno si intuisce un sentore di banana“.

Lucinasco

– Banana?

“Eh sì perché le piante risentono profondamente del cambiamento climatico e cercano di adattarsi come hanno fatto quest’anno durante il lungo periodo di siccità e di caldo. Durante la maturazione si sono sviluppate alcune sostanze volatili che hanno impresso quel sentore di banano”.

Queste terre sono a buona ragione considerate le Langhe dell’olio, una meta da scoprire e assaporare.

Alessandra Rissotto